L’inconsapevole indecenza di Ludmilla

“C’era qualcosa, nella sua bellezza, di spaventosamente fragile, precario. Impuro. Indecente”.

L’indecenza. Di gesti inconsulti. Di una natura languida e decadente. Della bellezza, quella innocente di Ludmilla. Quella fragile e slabbrata della protagonista, la sua padrona. L’indecenza di sensi (s)travolti. Sensi logori e sfilacciati. Resi con una scrittura densa, fatta di carne e sudore. Una scrittura, quella di Elvira Seminara, che non sfiora le cose. Le penetra. Senza mai perdere, però, quell’alone di poesia. Quella potenza di costruire una trama intorno a piccoli gesti quotidiani, frammenti di ricordi scarabocchiati su un diario. Spirali di pensieri che si aggrovigliano, si allentano, scossi dall’irrompere dell’Altro.

Ludimilla è l’Altro. L’immigrata ucraina assunta da una benestante coppia siciliana. È La figlia mai avuta. L'(in)consapevole femme fatale stretta nella guêpière. È la cattolica rigorosa, che svela fattezze insospettabili. O meglio, è lo sguardo distorto della sua padrona che cambia. Si posa sulle cose e sulle persone, le sfiora, poi le dimentica, in un’altalena di sentimenti che segue il flusso del suo dolore per una maternità negata. Ludmilla, che si annuncia tramite una “voce leggera che si srotolava sulla scale e s’insinuava tra le cose”, è l’unico fascio di luce in una casa che sembra sgretolarsi, travolta da un costante, palpabile decadimento. E irrompe nel silenzio teso e usurato tra marito e moglie, in cui si rapprende un dolore senza nome: “era solo quella cosa…ogni dialogo era ormai una specie di gimkana fra le espressioni possibili e quelle vietate”. A tenerli ancora uniti, un legame sfilacciato di decorose conversazioni borghesi, di schegge di dialoghi che restano come appesi (“cosa pensi? sei distratta. Niente, le stelle”).

Ludmi si insinua tra marito e moglie anche quando non c’è (“la sera a cena, noi due, io e mio marito soli, con le nuove polpette di Ludmi, le sue bietole…”). La sua padrona la vede, la sente ovunque, trascinandola in un vortice dove realtà e allucinazioni sono attorcigliate come i rami intorno alla ringhiera: “spariva, come per incanto…ma il suo corpo si radicava sempre più in casa…”.

Nonostante sia la voce narrante, la padrona si intravede soltanto. A tratti la si scorge attraverso le crepe di quell’imbottitura di psicofarmaci e riposo forzato in cui si crogiola, con cui si muove a tentoni, in un’alternanza di sogni melmosi, sprazzi di lucidità, inaspettati guizzi di entusiasmo. Su cui si raggrumano tutte le urla non scagliate, tutti i pianti ingoiati, che poi colano tutt’intorno, si infiltrano negli angoli della casa, si mescolano al vento, si depositano sui mobili come strati di polvere. Tutto odora di morte. Perfino il giardino. Sembra traboccante di vita, invaso com’è da intrichi di foglie e rami. Invece custodisce già i germi della putrefazione: “e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie gonfie e stremate… un’orgia di foglie…che succhiavano si contraevano e si dilatavano”.

Sullo sfondo di questa natura violenta(ta), resa con decisi tratti pittorici dalla scrittrice, la Sicilia sbuca en passant. Con la cenere lavica che intasa i tombini, e un autunno “smodato” e marcio, con quel tripudio di fiori e piante che rievoca gli intrecci osceni delle facciate barocche, e l’iperbole di stagioni tese all’eccesso. Eppure, persino il caldo afoso, piuttosto che connotare il luogo, suggerisce in realtà uno stato d’animo. Che sa di soffocamento, di sfinimento. E il freddo, nella sospensione di giorni sempre uguali, ricorda che fuori la vita segue un ritmo immutato.

Il tempo del racconto sembra a tratti sospeso. La scrittrice tiene saldamente i fili della narrazione, fa un balzo all’indietro, poi indugia nel presente, a scandire i timidi tentativi della protagonista di ricomporre i cocci della sua vita, di spazzare i detriti di cose non-dette, i resti di un matrimonio ristretto alla facciata.

È nell'(in)attesa quiete delle ultime pagine che la storia si dipana verso il finale, spiazzante, trascinando il lettore con una maestria rara nel gorgo di sensazioni della protagonista. Che agguanta, con un gesto estremo, quel pezzetto di identità rimasto impigliato nella trama di silenzi e psicofarmaci.
 
 
 

Elvira Seminara, L’indecenza, Mondadori, Aprile 2008, pp. 181, 17 euro


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