Mafia, dal segnale con l’accendino ai droni coi cellulari: il piano fallito

Ventitré telefoni e la possibilità di fare «due viaggi» con i droni. Una spedizione pianificata nei minimi dettagli, con consegna direttamente a ridosso delle finestre delle celle del carcere. Era quella che l’1 ottobre 2023 stava organizzando il detenuto Sebastiano Piripicchio Miano, considerato uno dei personaggi in maggiore ascesa all’interno del clan Cappello di Catania. Attorno alla sua figura, e al suo gruppo attivo nel rione Villaggio Sant’Agata, si è concentrato l’ultimo blitz della procura etnea. Miano, arrestato nel 2022 dopo una sparatoria avvenuta all’esterno della discoteca Ecs Dogana, continuerebbe a gestire i propri affari anche da dietro le sbarre. Non solo il presunto traffico di droga sarebbe gestito tramite delle lettere, ma anche quello dei telefoni cellulari. Gli smartphone ormai da qualche anno sono molto diffusi nei penitenziari e rappresentano una vera emergenza.

Le difficoltà nel trovare i piloti dei droni per le consegne

Uno dei principali problemi del gruppo Miano sarebbe stato però quello di reperire delle persone affidabili e capaci di pilotare i droni. Una ricerca non semplice, come emerge chiaramente dai dialoghi intercettati durante l’inchiesta. «Gli ho chiamato e non me l’ha preso il telefono, ma in qualunque modo cerco un altro. Tranquillo vita», spiegava telefonicamente Biagio Querulo a Miano. Quest’ultimo rivelava di avere già comprato ben 23 telefoni cellullari con l’obiettivo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, di introdurli all’interno del carcere di Agrigento, dove Miano era detenuto all’epoca dei fatti. Un piano che avrebbe ripercorso quanto già fatto con successo in passato, ma nel penitenziario di Caltagirone. «Ai tempi gli ho dato 3800 euro ma ha fatto cinque viaggi – spiegava Miano – ma ho entrato 30 telefoni. Ho combinato la guerra».

La prolungata irreperibilità del pilota dei droni avrebbe mandato su tutte le furie Miano, facendo emergere tutta la sua personalità «aggressiva e facinorosa». «Gli devi dire “vedi che ti scanniamo” – diceva sempre al telefono Miano – gli devi dire “ti diamo botte”». Non sarebbero stati un problema, invece, i soldi per pagare il pilota. Punto su cui Miano si mostrava particolarmente propositivo, avanzando anche la possibilità di comprare un nuovo drone nell’eventualità che quello del pilota fosse guasto: «Glielo compro io direttamente – spiegava – e il viaggio non glielo paghiamo. Che lo vuole da 1000 euro? Da 1500 euro? Ci facciamo i conti e mi fa un viaggio… due viaggi».

L’utilizzo di un accendino per individuare la cella

A un certo punto, Miano apprendeva da un complice in libertà che il pilota era stato finalmente rintracciato. «Domani sono rimasto che se mi pianta in asso lo scasso tutto», diceva Salvatore Danilo Napoli. «Mettigli la pistola in testa», aggiungeva Miano. Tra un sopralluogo e l’altro in una conference call emerge anche un particolare su come sarebbe dovuta avvenire la consegna. Avrebbero concordato, infatti, l’utilizzo di un accendino come segnale dalla finestra per individuare il punto esatto in cui fare avvicinare il drone. Ma quando tutto sembrava pronto ecco la doccia fredda. Il pilota dei droni finisce in manette durante un sopralluogo per una consegna nel carcere di Enna. Nelle carte dell’inchiesta viene indicato anche il nome del pilota, ossia il fotografo catanese Filippo Boccaccini. Il professionista non è indagato in questa indagine, ma è già finito sotto processo per le presunte consegne con i droni nelle carceri di mezza Sicilia.


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