C’è un’arte antica, in Sicilia, che non si insegna nelle scuole di retorica ma si tramanda nei corridoi di palazzo d’Orléans e nelle segreterie polverose di provincia. L’arte del passo di lato. Pur rimanendo sulla linea di confine. Che poi, a guardarlo bene, è quasi sempre un passo indietro, fatto con la faccia di chi […]
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La danza prima delle Amministrative in Sicilia: l’antica arte del passo di lato (PRONTO)
C’è un’arte antica, in Sicilia, che non si insegna nelle scuole di retorica ma si tramanda nei corridoi di palazzo d’Orléans e nelle segreterie polverose di provincia. L’arte del passo di lato. Pur rimanendo sulla linea di confine. Che poi, a guardarlo bene, è quasi sempre un passo indietro, fatto con la faccia di chi sta salvando la patria mentre, in realtà, sta solo cercando di salvare la ghirba.
Negli ultimi trenta giorni, la cronaca politica è stata impegnata nel faticoso valzer delle Amministrative in Sicilia del 24 e 25 maggio che coinvolgeranno 71 Comuni. Occasione in cui ha offerto uno spettacolo degno del miglior teatro dei pupi. Candidature nate sotto il sole di mezzogiorno, annunciate con squilli di tromba sui social e nei comunicati stampa. E poi svanite come neve al sole di aprile non appena il grande capo di turno ha alzato il sopracciglio o la coalizione ha minacciato di implodere.
Il grande bluff delle “civiche di lotta”
Il copione è quasi sempre lo stesso. Il politico locale, spesso un ex parlamentare regionale con la brama di tornare a contare o un ras delle preferenze in cerca di nuova verginità, lancia la sfida. «Me lo chiede il territorio», «Il centrodestra/centrosinistra è fermo, io vado avanti». È la fase dell’autocandidatura muscolare. Prendiamo il caso emblematico di Marsala (in provincia di Trapani) o dei Comuni del Siracusano, come Augusta e Floridia. Nelle ultime quattro settimane, abbiamo assistito a un fiorire di salvatori della città. Leader locali che hanno occupato le cronache locali giurando che «non si sarebbero mai piegati alle logiche di partito». Poi, puntuale come l’esattore delle tasse, è arrivata la realtà.
La realtà, in Sicilia ha i nomi dei colonnelli dei partiti nazionali e regionali. Da una parte l’asse Schifani-Cuffaro-Lombardo, dall’altra un campo largo che spesso è più un campo minato. E così, chi aveva promesso di correre da solo «per amore della città», nell’ultima decade di aprile ha scoperto improvvisamente che «l’unità della coalizione viene prima di ogni personalismo». Traduzione dal politichese: mi hanno promesso un posto nel sottogoverno o mi hanno minacciato di isolamento totale.
I ritirati dell’ultima ora per le Amministrative in Sicilia: i nomi e i silenzi
Il fenomeno del passo indietro in occasione delle Amministrative in Sicilia non è solo una questione di umiltà (virtù merce rara tra i candidati siciliani), ma un preciso strumento di negoziazione. A Marsala, la partita è stata tra le più feroci. Qui l’autocandidatura di alcuni esponenti vicini al centrodestra ha rischiato di frantumare il blocco di governo regionale. Ma dopo una serie di vertici romani e palermitani, i ribelli hanno riposto il vessillo. Ufficialmente per «senso di responsabilità verso la coalizione». Ufficiosamente perché il peso della macchina amministrativa regionale è un argomento a cui è difficile dire di no.
Nel Siracusano, la danza è stata ancora più acrobatica. Candidati che fino a quindici giorni fa postavano foto in mezzo alla gente con lo slogan Io ci sono, oggi pubblicano post sibillini in cui ringraziano i sostenitori e annunciano il sostegno al «progetto comune». Un eufemismo per dire che il loro nome è stato sacrificato sull’altare di un equilibrio più alto (o più basso, a seconda dei punti di vista). Prova che la politica siciliana non è una linea retta, è un cerchio che si chiude sempre dove decidono i soliti noti. Chi prova a uscire dal tracciato finisce quasi sempre per rientrare nei ranghi alla prima folata di vento.
Chi contro chi
Ma cosa succederà nei tre capoluoghi di provincia siciliani? Ad Agrigento il centrodestra è ufficialmente rotto. La sfida tra Catalano (FI-DC) e Firetto (FdI) peserà sugli equilibri del governo regionale. A Enna l’unità su Ezio De Rose è il tentativo disperato dei partiti nazionali di riprendersi la città dalle mani del civismo di Dipietro. Infine Messina dove il sindaco uscente Federico Basile parte con il vantaggio del modello De Luca, ma il centrodestra unito stavolta punta a portarlo al ballottaggio.
La retorica del sacrificio
C’è qualcosa di profondamente irritante nello stile con cui questi politici comunicano la resa per le Amministrative in Sicilia. Non dicono mai «Ho sbagliato i calcoli» o «Non avevo abbastanza firme». No, parlano di «generosità». Il passo indietro è venduto come un atto eroico. Se sommassimo tutti gli atti di generosità rivendicati dai politici siciliani negli ultimi 30 giorni, avremmo una regione abitata esclusivamente da santi e martiri. Invece, abbiamo una regione dove la selezione della classe dirigente avviene ancora tramite il metodo del bilancino. Un assessore a te, un candidato sindaco a me, e quello che si è autocandidato troppo presto lo facciamo fuori con una promessa di nomina a un ente parco o a una partecipata.
Un mediocre romanzo già letto
Mentre le liste dovranno essere chiuse entro il 29 aprile, il bilancio è desolante. La sottile linea di confine tra l’ambizione personale e l’obbedienza di fazione è stata attraversata e riattraversata decine di volte. Quello che resta è un elettore stordito, che vede sparire dai manifesti i volti che per mesi hanno giurato fedeltà alla causa cittadina. La politica siciliana si conferma un esercizio di trasformismo statico: tutto cambia nelle autocandidature perché nulla cambi nei rapporti di forza reali. Il 24 maggio si voterà, ma la vera partita si è già giocata e chiusa negli uffici di Palermo, dove i passi indietro sono stati barattati con garanzie di sopravvivenza. La democrazia siciliana, in fondo, è questa: un grande andata e ritorno dove l’unica cosa che resta ferma è il potere.