In poche ore il cielo sopra la Sicilia ha cambiato volto: piogge, venti impetuosi e un mare insolitamente caldo hanno trasformato una perturbazione in un evento estremo. Il ciclone Harry non è stato un episodio casuale, ma il risultato di una combinazione ben precisa di fattori meteorologici e climatici. Questo tipo di cicloni extratropicali non […]
Harry, il ciclone che ha messo in ginocchio la Sicilia: perché è successo e cosa ci aspetta
In poche ore il cielo sopra la Sicilia ha cambiato volto: piogge, venti impetuosi e un mare insolitamente caldo hanno trasformato una perturbazione in un evento estremo. Il ciclone Harry non è stato un episodio casuale, ma il risultato di una combinazione ben precisa di fattori meteorologici e climatici. Questo tipo di cicloni extratropicali non sono rari in Sicilia e rappresentano un rischio concreto. Soprattutto negli ultimi anni in cui il riscaldamento delle acque del Mediterraneo intensifica tali fenomeni.
Dal punto di vista meteorologico è stato un evento complesso «perché non è stato il classico ciclone con l’occhio al centro. Harry infatti ha avuto due centri di bassa pressione – spiega a MeridioNew Luigi Pasotti, dirigente del Servizio informativo agrometeorologico siciliano (SIAS) -. Il primo centro del ciclone ha avuto un’evoluzione da cui si è formato un cosiddetto minimo secondario, cioè quello che ha causato l’aggravamento delle condizioni, con conseguente intensificazione delle mareggiate e del vento, durante le ultime ore si è avuto il passaggio del fenomeno meteorologico avverso».
Il ciclone Harry fuori dal comune
Il ciclone Harry non è stato considerato eccezionale soltanto per la sua intensità, ma anche per la sua persistenza (circa 72 ore) sulle stesse zone e per le particolari condizioni climatiche che si sono verificate contemporaneamente. «In genere, tutto ciò avviene perché un flusso di aria fredda arriva dal Nord Atlantico sulla penisola Iberica – precisa ancora Pasotti -. Normalmente queste situazioni evolvono con delle perturbazioni atlantiche ordinarie, invece in questo caso avevamo un’area di alta pressione a Est che dal punto di vista meteorologico rappresenta un blocco».
Nel 90 per cento dei casi la circolazione classica delle perturbazioni scorre da Ovest verso Est, ma in questo caso non ha potuto farlo perché in quella direzione c’era tale blocco. Ed è proprio da questa empasse che nascono i cicloni, infatti l’aria fredda in quota causa il sollevamento dell’atmosfera più calda presente nei bassi strati con un movimento circolatorio, formando così una diminuzione della pressione al centro, il famoso occhio del ciclone
«La pressione si è quindi intensificata gradualmente nel giro di poche centinaia di chilometri – precisa il dirigente Sias -, con una differenza di pressione molto elevata tra il centro della circolazione di pressione d’aria e l’alta pressione che invece si trovava più a est. Questo ha determinato l’attivazione di venti molto violenti. Dall’altro lato, inoltre, la circolazione di bassa pressione ha avuto la caratteristica di abbracciare un’area estremamente vasta causando forti mareggiate. Si è trattato comunque di un evento fuori scala a memoria d’uomo».
Ciclone Harry, mareggiate degne di uno tsunami
«Purtroppo come abbiamo visto l’effetto devastante tra i due fenomeni è molto simile. Ma il maremoto o tsunami ha un’origine diversa da questa meteorologica del ciclone Harry» chiarisce al nostro giornale Giovanna Lucia Piangiamore, ricercatrice dell’Ingv (Istituto di Geofisica e Vulcanologia) della sezione Roma 2. Perché uno tsunami può essere causato da una frana o un’eruzione vulcanica sottomarina, ma nella maggior parte dei casi «si tratta un terremoto sottomarino che rompe la roccia della crosta terrestre, che è rigida, sprigionando le onde sismiche cariche di energia – precisa ancora la studiosa -. L’energia viene trasmessa all’acqua del mare. Quando la colonna d’acqua si avvicina alla riva e cambia la profondità, si amplifica l’altezza».
Il dubbio che potesse essersi trattato di un maremoto si è diffusa sul web, perché nelle stesse ore in cui il ciclone Harry imperversava nel Sud Italia si sono registrati anche dei terremoti in Sicilia, nella zona del Bagherese, e in Sardegna a largo di Olbia. Ma propende per la mera coincidenza anche Luigi Pasotti: «Le scale di pressione dell’atmosfera in genere sono poco rilevanti rispetto alle forze che determinano i terremoti».
Il cambiamento climatico e la ricostruzione
Passato il ciclone resta da fare la conta dei danni che in Sicilia si aggirano intorno ai 500 milioni di euro, ma una stima precisa deve essere ancora redatta. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna ed elargito un primo stanziamento di denaro. Sarà utile per i ristori urgenti soprattutto nella Sicilia orientale. «Siracusa, invece, è stata colpita meno delle altre provincie della zona. Perché qui c’è la posidonia che ha creato attrito, rallentando l’effetto della mareggiata» chiarisce la Piangiamore, sottolineando al contempo che un fenomeno meteorologico che si verifica una volta, molto probabilmente si ripresenterà in futuro. Per cui è bene tenere a mente questo problema per la ricostruzione, adattandosi alla morfologia del luogo. «In alcuni punti, ci sono state onde alte anche dieci metri. Siamo stati bravi con il piano di prevenzione e non ci sono state vittime. Non se non ci si fosse organizzati in tempo, non sarebbe andata così».
Con il riscaldamento delle acque dovuto al cambiamento climatico dovremo abituarci all’idea che un ciclone con questa intensità potrebbe attraversare nuovamente l’Isola. «Potrebbe succedere tra 5 anni, 10 anni o 20 anni – riferisce infine Luigi Pasotti -. Però ormai il Mediterraneo ci ha dimostrato che anche qui sono possibili dei fenomeni ritenuti da noi quasi impossibili alle nostre latitudini. Ovviamente a livello politico bisognerà muoversi in modo differente da questo momento in poi sul problema dell’erosione delle coste. Bisognerà chiedersi se possiamo ricostruire tutto come prima, perché questo evento ha cambiato la nostra percezione del rischio. Non è una soluzione facile, perché riguarda decine di migliaia di persone».