Il 2026 della Sicilia: problemi antichi e nuove sfide

Investimenti e promesse. Il 2026 della Sicilia, come quello dei suoi cittadini, si apre con una lista di buoni propositi quasi mai rispettati. Dalle infrastrutture carenti alla disoccupazione cronica, sullo sfondo dell’ingerenza mafiosa. Senza dimenticare le difficoltà in settori centrali per la vita dei siciliani, come sanità, istruzione e gestione dei rifiuti. Problemi da capire, innanzitutto, per poterli affrontare. Con un’analisi, senza sbornia da falsi ottimismi.

Infrastrutture (anche digitali): dalle promesse ai ritardi

Le infrastrutture siciliane – comprese quelle digitali – restano il tallone d’Achille dello sviluppo regionale. Negli ultimi anni sono affluite decine di miliardi di euro, una cifra senza precedenti (anche grazie al Pnrr), ma senza che effetti su una rapida realizzazione. Come il raddoppio ferroviario Palermo-Catania, la cui conclusione è slittata al 2030, con fondi ancora insufficienti per coprire tutti i lavori. Situazione analoga sulle strade: l’ammodernamento della statale Palermo-Agrigento, iniziato nel 2013, va avanti tra gravi rallentamenti (persino il crollo di un viadotto appena costruito, lo Scorciavacche) e continui rinvii. E l’autostrada Ragusa-Catania è finalmente in cantiere, ma dopo una selva di vincoli paesaggistici e archeologici che hanno imposto revisioni progettuali e autorizzazioni lente.

Per non dire del Ponte sullo Stretto di Messina: promesso da governi di ogni colore da oltre 50 anni, rilanciato nel 2023, il suo destino nel 2026 è ancora incerto. E non va meglio per cielo e mare: con progetti di potenziamento per porti e aeroporti, la cui realizzazione è parziale. Anche la digitalizzazione sconta ritardi, nonostante gli sforzi per estendere la banda ultra-larga. Ma il vero collo di bottiglia è la modernizzazione della pubblica amministrazione locale: con l’85,5 per cento dei Comuni siciliani che continua a privilegiare la carta nei propri uffici e appena la metà che offre servizi interamente online. La speranza è che i maxi-investimenti da oltre 60 miliardi, annunciati dalla Regione, inizino a tradursi in opere fruibili. Difficile, però, senza snellire le procedure autorizzative e colmare la carenza di tecnici (mancano almeno 7mila unità specializzate nei cantieri ferroviari, giusto per fare un esempio).

Lavoro: numeri da emergenza sociale

Il mercato del lavoro siciliano continua a mostrare indici allarmanti: a metà 2025 la disoccupazione nel Mezzogiorno è attorno al 14 per cento, quasi tre volte il livello del Nord (4-5 per cento). E va peggio ai ragazzi e alle donne, con un giovane siciliano su tre che non trova lavoro. Gli under 35 disoccupati sono il 28,8 per cento, con punte drammatiche ad Agrigento, Palermo e Caltanissetta. E l’isola detiene il triste primato dei Neet (giovani che non studiano né lavorano): quasi il 26 per cento dei ragazzi tra 15 e 29 anni, dieci punti sopra la media nazionale. Ancora una volta, primeggia Caltanissetta, dove si arriva al 46 per cento. Mentre, per quanto riguarda le donne, appena un quarto di siciliane in età da lavoro è occupata, contro circa la metà nel Centro-Nord. Colpa anche dell’assenza di servizi adeguati: dagli asili nido insufficienti al welfare carente.

Gli interventi pubblici, finora, non hanno invertito la rotta: tra bonus assunzioni e sgravi contributivi, mai troppo performanti (solo 15mila nuovi assunti nel 2023), ma alcuni addirittura sospesi nel 2024. Il momento è propizio, con le previsioni macroeconomiche (Svimez) che indicavano una moderata crescita per la Sicilia nel 2024-25. Un rimbalzo postpandemia che potrebbe proseguire, ma che rischia di arenarsi se non si affrontano i nodi di fondo: dagli investimenti strutturali (in infrastrutture, innovazione, formazione) alle politiche mirate.

Mafia ed economia: un’ombra lunga sulle istituzioni

Un’organizzazione senza più una cupola verticistica unitaria, ma efficacissima nella silente infiltrazione dell’economia legale e della pubblica amministrazione. È la nuova mafia, che affianca agli affari storici – estorsioni e traffico di droga, innanzitutto – tutte le attività utili a riciclare capitali illeciti e condizionare il mercato. Con un costo economico e sociale enorme: investimenti che non arrivano per timore del pizzo, risorse pubbliche distolte in corruzione, imprenditori onesti tagliati fuori, servizi scadenti nonostante l’alto dispendio di fondi. E non va meglio sul fronte delle istituzioni locali: con 89 Consigli comunali commissariati per mafia dal 1991 al 2021.

Le promesse politiche non mantenute in questo campo si sprecano. Se ogni governo regionale annuncia tolleranza zero per poi inciampare negli scandali, a livello nazionale si discute da anni di inasprire le normative sugli scioglimenti dei Comuni e sul congelamento dei beni ai sospettati di mafia. Ma, spesso, ci si scontra con cavilli e opposizioni trasversali. Arrivando tardi, quando la mafia ha già messo le mani su settori emergenti: dai finanziamenti UE alle possibili alleanze con gruppi criminali stranieri. Resistono segnali positivi – dall’arresto di tutti i grandi boss latitanti alla maggiore coscienza dei cittadini -, ma la vera scommessa sarà passare dall’emergenza alla normalità. Guadagnando non solo astratta legalità, ma punti Pil e qualità della vita.

Sanità: tra liste d’attesa e migrazioni

Se per i report della Regione le liste d’attesa sanitarie si sono ridotte, associazioni e sindacati denunciano un’illusione statistica. Con i dati ufficiali che conteggiano solo le prenotazioni registrate nei sistemi CUP delle strutture pubbliche. Mentre il 75 per cento delle visite specialistiche avviene dai privati. La realtà siciliana, piuttosto, è fatta di chi aspetta una risonanza magnetica per oltre sei mesi o, se può, ripiega sul privato a pagamento. Quando non alla mobilità sanitaria passiva, ossia a curarsi fuori Regione: con un costo doppio per il cittadino e per le casse regionali (oltre 240 milioni di euro nel 2022, secondo i dati della fondazione Gimbe). Il tutto con un doppio, pessimo, risultato: diagnosi ritardate e aumento delle disuguaglianze sociali. Una situazione su cui indaga anche la Corte dei Conti e per cui lo Stato ha inserito la Sicilia tra le regioni sorvegliate speciali.

Almeno su questo la Regione ha cercato di correre ai ripari: attivando convenzioni con alcune cliniche del Nord per far venire periodicamente in Sicilia équipe chirurgiche, riducendo la necessità di trasferimenti. E si è anche investito sulla telemedicina, per consulenze a distanza. Rimane, però, un altro nervo scoperto: la carenza di personale, con un fabbisogno stimato in oltre 4.200 operatori. A fronte delle nuove strutture sanitarie previste dal Pnrr (ospedali e case di Comunità). L’assessorato regionale ha parlato di duemila stabilizzazioni di precari e nuove assunzioni necessarie. Ma intanto, nel 2025, il 17 per cento dei posti banditi in Sicilia è rimasto vacante, e quasi la metà per specialità come Medicina d’emergenza. Mentre nei Pronto soccorso dell’isola mancano almeno 300-400 medici. Un problema accentuato nelle aree interne e periferiche.

Scuola e istruzione: dispersione e scuole fatiscenti

Pur con qualche miglioramento recente, l’Isola resta fanalino di coda nei principali indicatori educativi, alle prese con una doppia d’emergenza. La dispersione scolastica, innanzitutto: con il 17 per cento di tasso di abbandono prima del diploma dei giovani siciliani (7 punti sopra la media nazionale, con l’obiettivo europeo sotto il 10 per cento entro il 2030). È il peggior valore tra le regioni, che non tiene conto della dispersione implicita: ossia di chi si diploma senza competenze di base adeguate. In alcune province siciliane quasi un quarto degli studenti di terza media non ha le competenze minime in italiano e matematica, secondo i test Invalsi. Alcune cause sono interne al sistema scolastico: in Sicilia mancano spesso servizi e strutture adeguate che, altrove, aiutano a tenere i ragazzi a scuola. Come lo scarso tempo pieno con attività extracurriculari o la carenza di insegnanti di sostegno.

Ma c’è anche lo stato delle infrastrutture scolastiche: in Sicilia, secondo i dati Flc Cgil, su 3.533 edifici scolastici statali solo 760 hanno una certificazione di agibilità completa. Si tratta di plessi dei primi anni ’70, senza adeguamenti antisismici o antincendio. A ciò si aggiunge la carenza di spazi didattici moderni: palestre (specie nelle scuole elementari), laboratori scientifici e linguistici, biblioteche. Negli ultimi anni qualcosa si muove, con i fondi europei per l’edilizia scolastica: 53 milioni nel 2024 per finanziare 209 progetti di enti locali, mentre a Catania è previsto un nuovo campus scolastico con i soldi del Pnrr. È stato anche creato un Osservatorio regionale sulla dispersione scolastica, mentre nelle aree più a rischio si ricorre a équipe psico-pedagogiche per individuare i segnali precoci di abbandono e supportare di studenti e famiglie.

Rifiuti: dalle emergenze ai piani incompiuti

Negli ultimi anni è cresciuta la raccolta differenziata sull’Isola: dal 21 per cento del 2017 al 55,5 per cento del 2024. Il sistema, però, resta lontano dagli obiettivi di legge (65 per cento già entro il 2012) e fanalino di coda italiano. Non solo. È anche un sistema fragile, tanto da dover esportare a peso d’oro migliaia di tonnellate di spazzatura fuori regione. E poco omogeneo: con province come Trapani sfiorano il 77 per cento e Palermo al 37 per cento in provincia e al 20-25 per cento in città. L’esempio virtuoso viene dalle realtà più piccole, con ben 303 Comuni siciliani, su 391, che hanno superato il 65 per cento di differenziata a fine 2023. E 80 di essi sono stati definiti da Legambiente Rifiuti Free, cioè producono pochissima indifferenziata pro capite.

Dati che fanno il paio con la scarsa impiantistica siciliana per il trattamento e riciclo, con le discariche ormai sature. Con una diaspora dei rifiuti che costa oltre 100 milioni di euro all’anno alle casse siciliane. I termovalorizzatori promessi a Palermo e Catania sono ancora lontani. Così come le varie strutture di prossimità previste dal piano regionale per la gestione dei rifiuti. Per il 2026, dunque, lo scenario probabile è ancora di transizione. E con un’altra sfida fondamentale: combattere lillegalità nel settore. Un business, quello dei rifiuti, storicamente infiltrato da interessi opachi e mafiosi. A cui opporre trasparenza negli appalti e controlli rigorosi sugli operatori.


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