I dazi di Trump sveglieranno l’agricoltura siciliana? «Bisogna innovare la produzione»

L’immagine di Donald Trump che presenta, con tanto di cartellone alla mano, i dazi con i quali il governo degli Stati Uniti tasserà le merci provenienti dai Paesi esteri è ormai entrata nella storia. L’Europa è stata colpita con imposte al 20 per cento, che diventano del 25 per cento per il settore delle automobili. Una decisione quella del presidente statunitense, che avrà le sue pesanti ripercussioni anche sulla Sicilia, con il comparto agricolo, quello che esporta maggiormente i suoi prodotti negli Usa, che subirà, secondo un calcolo dello Svimez, un’impennata dei costi che si aggira attorno al 16 per cento, con i produttori che chiedono ovviamente risposte anzitutto alla politica.

E questa volta la politica qualche risposta sta provando a darla. Anzitutto finanziaria. Nella manovra correttiva allo studio del governo regionale, infatti, che impegnerà una cifra che si aggira attorno ai 50 milioni di euro, dovrebbe essere previsto un stanziamento da cinque milioni per iniziative che aiutino le imprese siciliane nella ricerca di nuovi mercati non vessati da dazi. Nel comparto agricolo, in particolare, il dipartimento dell’assessorato all’Agricoltura ha iniziato a muoversi nella stessa direzione del governo, per poter garantire nuovi sbocchi alle aziende. «Abbiamo iniziato a pensare a un piano olivicolo regionale partendo dalle esigenze della base – dice Fulvio Bellomo, dirigente generale del dipartimento dell’Agricoltura, che annuncia anche altri piccoli, ma sostanziali interventi – Abbiamo già presentato una manifestazione di interesse per una grande fiera olivicola che si tiene a Shangai. Se mettono dei dazi noi dobbiamo andare in Paesi dove non ci sono. Non c’è tanto da parlare, il nostro imperativo è quello di portare reddito all’agricoltore».

Un piano regionale dell’olio che, nel caso specifico, sarebbe una mezza rivoluzione, con gli imprenditori siciliani che da anni sono in attesa del piano nazionale. «Produciamo l’olio nello stesso modo in cui era prodotto cento anni fa – dice Manfredi Barbera, amministratore unico della storica azienda olivicola che porta il suo cognome – È il momento di innovare la produzione. E soprattutto nella fase primaria. La Sicilia da sola non riesce a soddisfare il suo stesso fabbisogno di olio, per essere competitivi anche all’estero dovremmo piantare almeno altri dieci milioni di piante. E dovremmo farlo, a questo punto, dando fondo alle nuove tecnologie, seguendo metodologie e pratiche innovative». In Sicilia in media solo un produttore su tre produce esclusivamente olio nella sua azienda e ogni imprenditore del settore possiede mediamente 1,3 ettari di terreno coltivato a ulivi. Se questo si unisce al bassissimo livello di meccanizzazione della filiera, ecco che i prezzi per un olio di qualità non potranno che essere alti già alla base, altissimi se si deve pensare anche a degli eventuali dazi. Dazi che forse potrebbero finire quanto meno per svegliare il tessuto imprenditoriale, almeno nel settore agricolo.


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