Storia di Merhaui, un quattordicenne eritreo rapito e torturato per otto mesi

IL RAGAZZO E’ RIUSCITO A FUGGIRE. LA SUA STORIA RACCONTA IL DRAMMA DI TANTI MIGRANTI CHE LASCIANO I PROPRI PAESI PER FUGGIRE – E QUALCHE VOLTA MORIRE – SULLE ‘CARRETTE DEL MARE’

In Eritrea le cose non vanno molto bene. In questo martoriato Paese migliaia di ragazzi e ragazze vengono rapiti dai beduini. Vengono tenuti prigionieri e torturati. E poi rilasciati solo dopo che le famiglie hanno pagato un riscatto.

Gli orrori dell’Eritrea sono solo una parte del terrore che oggi pervade alcune aree dell’Africa e del Medio Oriente. Capita spesso, a chi sta seduto a casa – parliamo del nostro Paese, ma anche degli altri Paesi dell’Europa Unita – di pontificare su questa gente che rischia la vita (e qualche volta ce la lascia, la propria vita) per raggiungere Lampedusa, le coste siciliane e, in generale, italiane: tutto sommato, i luoghi più accoglienti rispetto ad altri Paesi che lasciano morire in mare questo profughi nel silenzio generale.

Quando si parla di questa gente che rischia la vita per attraversare il Mediterraneo, ebbene, prima di pontificare bisognerebbe avere contezza di quello che succede nei Paesi da dove fuggono.

Net 1 news, ad esempio, racconta la storia di Merhaui, un ragazzo di 14 anni che ne ha viste di tutti i colori. E’ stato rapito, tenuto in ostaggio per otto mesi e liberato nel luglio 2013.

Il suo caso è uno dei tanti episodi tremendi di una tragedia che, ormai da tempo, va in scena in Eritrea.

Merhaui viene rapito da banda di beduini, in Sudan. La sua prigionia, come già accennato, dura otto lunghi mesi. Lo tengono in catene. Con il cibo razionato e poca acqua.

Il ragazzo subisce la sorte che tocca a chi viene rapito da quelle parti: maltrattamenti e torture, lividi e ferite in tutte le parti del corpo. I sequestratori seviziano chi gli capita sotto mano con spranghe di ferro rovente, o rovesciando addosso ai mal capitati colate di plastica fusa ricavata dalle bottiglie.

Si racconta che versano benzina nella bottiglia di plastica, gli danno fuoco. Appena la plastica fonde la raccolgono e la spalmano sui corpi degli ostaggi…

Oggi certe scene strazianti sono anche visibili sulla rete, se è vero che certi siti web si occupano con dovizia di particolari dei sequestri dei giovani profughi eritrei da parte dei beduini.

In genere, chi viene rapito – e si tratta, lo ricordiamo, di ragazzi e ragazze – dopo alcuni mesi di prigionia viene messo in condizione di telefonare ai propri genitori o ai parenti sparsi per il mondo.

“È a questo punto che li torturano. In modo che la famiglia o i fratelli e gli zii in esilio sentano le loro grida e comincino a raccogliere i soldi del riscatto. Dai tre agli ottomila dollari, più del costo del viaggio fino in Europa. Lo stesso accade lungo la rotta che attraverso il Sahara arriva in Italia”, denuncia il sito web dell’Associazione per la tutela dei diritti umani del popolo eritreo.

I sequestri, di solito, vengono effettuati in Sudan, fuori dai campi dei profughi. Una volta ‘catturato’, il sequestrato viene trasportato via camion o in barca nella penisola a Nord del mar Rosso.

“Con i soldi dei rapimenti – leggiamo su Net.1news – oltre all’aiuto finanziario dei palestinesi di Hamas e del Qatar, il Sinai sta diventando una roccaforte armata. Questo raccontano le ultime testimonianze di quanti sono stati liberati”.

Merhaui è riuscito a fuggire la scorsa estate. L’Associazione per la tutela dei diritti umani del popolo eritreo ha raccolto la sua testimonianza. Dalle pagine web del proprio sito la stessa Associazione sta diffondendo diverse altre storie che descrivono il dramma di questo popolo: ovvero uomini, donne e bambini che rischiano la vita per raggiungere le nostre coste. E che spesso muoiono, che è avvenuto in questi giorni a poca distanza da Lampedusa.

L’Associazione si oppone al regime del presidente dell’Eritrea, Isaias Afewerki, che “con l’obbligo del servizio militare a vita, costringe i suoi concittadini alla fuga, alla povertà, li lascia ammazzare dai predoni, dal deserto, dal mare o semplicemente dai suoi soldati”.

 


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