La formazione professionale in campagna elettorale…

Tra le tante innovazioni prodotte dalla riforma targata Lombardo, Albert e Centorrino (LAC) sulla formazione professionale, quella che meno è stata compresa è proprio la rendicontazione finale delle spese. A tenere banco è ovviamente sempre l’Avviso n.20/2011 oltre che Ludovico Albert. Si tratta del mega bando da 287 milioni circa all’anno per tre anni finanziato con le risorse del Fondo sociale europeo (Fse).

Un’operazione di restailing della formazione professionale che ha cambiato il volto al settore, peggiorandolo, a nostro avviso. Certamente, chi ha pensato alla sua stesura aveva dei precisi obiettivi che in parte sono stati raggiunti. Finalità che sicuramente non miravano alla salvaguardia dei lavoratori e del sistema delle tutele ma, semmai, al suo esatto contrario. Soffermiamoci sulla rendicontazione per rispondere alle tante segnalazioni pervenute. E lo facciamo non solo per fornire chiarimenti ai tanti lettori interessati, ma anche e soprattutto per tentare un ragionamento intorno alla precarietà dell’intero impianto.

Diciamo subito che gli Enti formativi non dovranno provvedere a rendicontare le spese effettuate. Od almeno non come si faceva con le procedure derivanti dalla legge regionale n.24 del 6 marzo 1976. La rendicontazione riguarderà sicuramente alcune voci come il numero degli allievi data la penalità introdotta in termine di perdita di quota di finanziamento per ogni allievo ritirato, oltre un certo avanzamento dell’orario didattico. Ma i controlli di spesa (rendicontazione) riguarderanno anche l’utilizzo del personale il quale dovrà corrispondere alla professionalità adeguata per il profilo degli argomenti da erogare nella fase della didattica.

Sulla gestione del personale si gioca una delle più difficili battaglie tra datori di lavoro e lavoratori. Un fenomeno veramente atipico e ricco di stranezze lo registriamo nell’analisi dell’Avviso 20/2011. Una sorta di “moltiplicazione dei pani”. Ci riferiamo a quella particolare situazione secondo la quale mentre il lavoratore è in Cassa integrazione guadagni in deroga (Cigd), l’Ente ha avviato le attività ed ha la copertura finanziaria per il periodo di attività didattica. Cioè, in buona sostanza, non si comprende come si possa giustificare una doppia spesa su quei lavoratori posti in Cigd dall’Ente formativo durante l’attività.

Non ci risulta che quegli Enti formativi, d’intesa con le organizzazioni sindacali, che hanno sfruttato questo ulteriore canale di finanziamento per ottenere utili su utili, abbiamo dichiarato un esubero strutturale o congiunturale di proprio personale. Né ci pare che vi siano situazioni particolari di crisi aziendale, fatte le dovute eccezioni per qualche amministrazione straordinaria.

Ma oltre agli utili che in quanto tali verrebbero sottratti al sistema formativo per foraggiare chissà quali segmenti vi è la gestione del reclutamento del personale. La verità è che diversi osservatori del settore sospettano che gli utili sono stati creati, con le recenti innovazioni introdotte, per sostenere, per esempio, qualche candidato alle elezioni regionali del prossimo 28 ottobre.

Così come siamo curiosi di conoscere attraverso quali strumenti taluni Enti procederanno ad effettuare le assunzioni. Intanto con quali tipologie di contratto. Infatti la legge 28 giugno 2012, n.92 (in vigore dal 18 luglio 2012) prevede l’utilizzo solamente ed ai fini dell’assunzione del contratto a tempo determinato o del contratto a termine, od anche del voucher e dell’apprendistato, limitando il lavoro accessorio e negando l’uso del contratto a progetto.

Desta perplessità che, da un lato, taluni Enti formativi mantengano una parte dei propri lavoratori in Cassa integrazione e, dall’altro, utilizzino strumenti di accesso al mercato per assunzioni precarie. E’ il caso di precisare che la riforma del lavoro che porta la firma della torinese Elsa Fornero ha introdotto il criterio chiamato “repechage”. Si tratta di un istituto giuridico secondo il quale entro sei mesi dal licenziamento è prevista la riassunzione dello stesso lavoratore licenziato anche con mansioni inferiori.

A questo punto ci chiediamo: perché l’assessore regionale alla istruzione e formazione professionale, Accursio Gallo, non ha utilizzato i circa 15 milioni di euro reperiti con le economie di spesa per avviare un processo di riqualificazione per tutto il personale posto in Cassa integrazione in questi otto mesi? E perché Albert non si è posto il problema di trovare una soluzione per il ricollocamento nel sistema dei lavoratori a rischio licenziamento?

Quesiti che resteranno senza risposta perché Albert è impegnato a scrivere a 6 mani (le altre sono degli amici torinesi) il testo del bando relativo al “Piano giovani”. Si tratterebbe, secondo taluni, di un’altra “pensata” per spendere, a partire dal febbraio 2013, denaro pubblico tenendo impegnati gli “amici” che ammonterebbe questa volta a soli 450 milioni di euro.

Se la logica – affermano alcuni osservatori del settore – è la stessa che ha tenuto impegnati diversi “parenti di parenti” nelle società di certificazione dei fondi Fse in assessorato regionale Istruzione e Formazione professionale, allora poco cambierebbe.

Attendiamo con pazienza eventuali repliche. Intanto imperversa la campagna elettorale ed ogni scusa é buona per deviare l’attenzione dalla soluzione delle criticità del sistema formativo, alle sterili polemiche tra partiti e candidati.  La verità è che l’autorità giudiziaria dovrebbe intervenire per ripristinare eventuali stati di degenerazione collettiva.

Intanto l’Avviso 20/2011 ancora non decolla e siamo oltre il 13 settembre, data individuata da Ludovico Albert per l’entrata “a regime” delle attività formative di cui all’Avviso 20. Ma lui ci ha abituato a dire solo delle verità. Peccato che poi, spesso, molto spesso, queste ‘verità’ si rivelino l’esatto contrario.


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