Palermo, aspettando il Parco ‘Cassarà’

L’inaugurazione, seppur parziale, di un’opera pubblica è sempre un evento. Se quest’opera è un parco, l’evento è doppio. Se è intitolato a Ninni Cassarà, eroe della lotta alla mafia, la carica simbolica si somma a quella pratica che pur non è indifferente.

La storia del Parco somiglia a quella di tante opere pubbliche: inizio lavori aprile 2005, sospesi e poi ripresi nel 2008, consegnati nel 2009, intitolato nell’agosto del 2010. E qui inizia la storia meno nobile del Parco.

L’impresa consegna i lavori e comunica la necessità di riempire il laghetto pena la distruzione della guaina che lo impermeabilizza. L’immensa area, estesa 25 ettari, mai presa in carico dal Comune di Palermo, si tinge di giallo al primo caldo: tutte le essenze piantumate rinsecchiscono, l’anfiteatro è vandalizzato, i fari dell’illuminazione divelti, caldaie e impianti elettrici asportati e distrutti. I danni quantificabili in duecentomila euro.

L’assoluta assenza di ogni iniziativa che facesse prevedere un’apertura a breve spingono un comitato spontaneo a radunarsi il 6 agosto 2011, un anno dopo l’intitolazione ufficiale, per chiedere di passare dalle fanfare ai fatti. E per non lasciare che le loro parole cadano nel vuoto presentano due mesi dopo, corredandola con trecento firme, una class action contro il Comune attivando una legge semisconosciuta e mai utilizzata a Palermo: il decreto legislativo 20 dicembre 2009 n. 198.

Dell’evento si accorge la redazione del tg3 e il Parco conosce l’onore della cronaca nazionale. L’amministrazione comunale è irrisa e presentata come inefficiente e inconcludente. Immediatamente cantieri desolati divengono affollati, tutto quello che in oltre un anno non si era mosso diventa alacre attività. Si pota, si pulisce, si diserba, si ripara, si dipinge, si ricolloca, si stende un nuovo prato, si scrivono i cartelli. Una delle più grandi imprese edili del Meridione, il Coime, braccia e gambe operative dell’amministrazione comunale, trova il suo momento di gloria.

Naturalmente, l’ammirabile fretta seguita all’inspiegabile trascuratezza produce strani effetti. Si decide di aprire un terzo del Parco, lato corso Pisani, includendovi la pista di pattinaggio, quella delle bocce, l’anfiteatro e la bellissima villa Forni. Si invitano tali e tante autorità che il parcheggio straripa d’auto di un solo colore. Mani pietose si incaricano di coprire cartelli e avvisi e, tra squilli di tromba e le commoventi canzoni dei bambini, la città può finalmente riappropriarsi di uno spazio vitale.

La Palermo in cerca di normalità può rallegrarsi e preoccuparsi: perché un’amministrazione comunale che trabocca di maestranze ha lasciato per oltre un anno il Parco abbandonato? Spente le luci dei flash e delle telecamere, quanto ci vorrà perché l’opera sia consegnata interamente ai suoi legittimi proprietari: la cittadinanza palermitana?

Chiusa una brutta pagine (o quasi), se ne apre un’altra: come mai il Parco di Acqua dei Corsari, un’altra opera costata 4 milioni di euro, consegnata da oltre un anno e mezzo è abbandonata e deturpata con danni per centinaia di migliaia di euro? C’è bisogno di una nuova class action e di un servizio delle tv nazionali affinché qualcosa si muova?

 

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