8 marzo, la storia di Michela Nicolosi Da Palermo al fuoco della fabbrica Triangle

Da Bisacquino per La Merica non partivano solo personaggi come don Vito Cascio Ferro, ma anche tanta gente umile, disperata, affamata alla ricerca di un po’ di fortuna.

Michela Nicolosi aveva 19 anni quando lasciò il paese, trattenendo negli occhi e nella mente il ricordo della piazzetta, dei vicoli e della chiesa madre del suo paese e i campi tutto intorno, i campi della fame e della violenza dei campieri mafiosi.

Voleva lavorare, guadagnare qualcosa ed essere indipendente, ma, ancora prima, voleva aiutare i genitori e i quattro fratelli e allora ogni mattina si alzava molto presto per arrivare nella fabbrica maledetta non in orario, ma, addirittura in anticipo perché così pretendevano i padroni.

Prima di uscire da casa avvolgeva accuratamente le forbici e il suo ditale in un foglio di giornale e appuntava due aghi nel bavero della giacca, mentre nella tasca metteva un tozzo di pane di segala che avrebbe mangiato di nascosto perché si vergognava a mangiare quel pane scuro, mentre le altre mangiavano i loro panini bianchi.

Erano già quattro anni che era arrivata a La Merica e il giorno prima aveva compiuto 23 anni ed era andata al lavoro con la gonna nuova di colore rosso: quella mattina tutto le sembrava più bello. Anche la pozzanghera dietro la fabbrica che lei accuratamente scansava e quei due bidoni della spazzatura pieni di buchi e ammaccature.

Il giorno dopo fu il giorno del fuoco, mancava poco alla fine della giornata di lavoro, la schiena le faceva male ed il collo lo sentiva rigido: desiderava solo uno schienale per recuperare un po’ di sollievo.

E invece il fuoco la fece correre via, da una parte all’altra dello stanzone e urtava con tutte le altre alla ricerca di una porta, di una via d’uscita, della salvezza.

E così il fuoco bruciò i suoi sogni, le speranze di un futuro impossibile e i ricordi di un passato irrecuperabile.

di Elio Camilleri

[Foto di Brown Brothers, 1911]


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