Un’autobiografia frammentata: i ricordi difficili di Italo Calvino

Un’autobiografia sempre pensata, progettata, tentata e sempre differita, quella di Calvino, secondo un impulso autobiografico che attende di essere interpretato e realizzato in struttura narrativa e che tuttavia rimane come sostrato più o meno coperto della scrittura, volontariamente lasciato lì a ispessirla di polisensi e significati taciuti. «Da esso – dice Schilirò –  scaturisce come una tensione sotterranea da cui germinano soggetti e istanze identitarie, e maschere più o meno coprenti o trasparenti sono moltiplicate su un volto comunque sempre incerto e indefinibile».

La lettura dei tanti testi in cui Calvino dissemina le tracce di un self che non riesce a trovare una espressione autobiografica unitaria e coerente lascia fortissima l’impressione che l’autobiografia per lui non sia solo un’urgenza, ma una sorta di progettazione permanente, l’ordinamento inconcluso del caos esistenziale.

L’autobiografia, in questo senso, è un’operazione in contrasto con la dispersione della vita. Come il narrare, l’iniziare a scrivere è in fondo salvare una storia dalla molteplicità caotica e indistinta delle storie possibili; allo stesso modo il raccontare la propria storia, scrivere un’autobiografia è come dire che tutto è già avvenuto, che il senso della vita individuale si stacca dalla molteplicità delle vite possibili e delle vite altrui. Se a iniziare non è un’opera qualsiasi, ma appunto la propria autobiografia; se fuori di essa non sta il mondo, ma l’io; allora è come procedere da una identificazione aperta, probabilistica, disponibile, continua, a una identità tendenzialmente compiuta, finita, discreta. Ecco un’altra ragione per cui l’autobiografia calviniana viene sempre differita: se Shahrazàd deve narrare per non morire, Calvino non può narrarsi perché morirebbe.

Allora, forse, basta moltiplicare gli incipit, per poter ricominciare, per evitare il pericolo della conclusione, della fine. Se è stata l’ansia di iniziare e finire una storia che ha condotto Calvino prevalentemente lungo le strade del narrare breve, l’autobiografia sarebbe stata anch’essa composta di short stories. Dentro non ci si sarebbe potuto abitare per sempre. Sarebbe subito sorto il problema, e il desiderio, di un nuovo inizio, di un nuovo ricordo, di un nuovo racconto.

«È che si racconta bene di ciò che si è lasciato alle nostre spalle, che rappresenta qualcosa di concluso (e poi si scopre che non è concluso affatto)». Così scrive Calvino, riferendosi ai primi ricordi e ai luoghi che hanno formato la sua percezione del mondo, quelli dell’infanzia in cui si definiscono gli assi e gli snodi della nostra conoscenza: Sanremo, la città originaria che è il modello che consente di leggere tutte le altre città, l’esperienza primaria che fornisce la traccia per ogni possibile esperienza successiva; la strada di San Giovanni, quella che conduce ai campi e al mondo del padre.

Ciò che pare concluso, e che invece continua, è il fondamento infantile-giovanile dell’identità. È da lì che bisogna partire, perché lì si torna sempre. In questo senso, Schilirò individua nel breve Ricordo di una battaglia, incluso tra i Passaggi obbligati che, solo progettati, avrebbero rappresentato un momento definito dell’autobiografia calviniana, «un agglutinante di una riflessione e di una pratica più larghi»: ricordare non è affatto facile, l’incipit meta-memoriale di Ricordo di una battaglia, «Non è vero che non ricordo più niente», dice subito la lotta con l’erosione dei ricordi. Una memoria offuscata tenta di diventare forma e linguaggio attraverso la scrittura: ma il ricordo d’infanzia è confuso perché incerta era la coscienza del bambino; analogicamente, ogni ricordo successivo è confuso, perché mai la coscienza riesce a possedere il mondo, e perché il mondo, sempre, è caos per ogni coscienza che lo accosti. «Il tema dunque di Ricordo di una battaglia – conclude Schilirò – è la discontinuità della coscienza. Che è discontinuità del narrare», finalmente rinuncia all’ordine falso che è quello dell’autobiografia che definisce, che conclude. In questo testo il ricordo resta opaco, la battaglia è quella della memoria col linguaggio con non riesce a dirla sino in fondo senza falsarla, e allora il paesaggio originario viene letto nella rievocazione dei tentennamenti, dell’andare a tastoni, del barcollare, dell’equilibrio sempre precario sulle vie impraticabili. Ma è quel paesaggio che potrà dare, al tatto, alla vista o sulla pagina, i sicuri orientamenti, i sostegni della memoria.


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