In via D’Amelio la rabbia e il dolore dei familiari Agostino: «Da 30 anni solo contro Stato deviato»

«Ancora ci sono uomini deviati dentro lo Stato e noi non li vogliamo. Vogliamo persone che camminino a testa alta e schiena dritta: nessun corrotto dentro lo Stato perché lo Stato siamo noi». È l’accorato appello di Vincenzo, il padre del poliziotto Nino Agostino ucciso in un agguato mafioso il 5 agosto del 1989 assieme alla moglie Ida Castelluccio a Villagrazia di Carini. Un episodio su cui non si è fatta mai piena luce nonostante gli appelli inascoltati del padre che ha sempre ipotizzato il coinvolgimento di pezzi deviati delle istituzioni. «Da 30 anni combatto con uomini deviati dentro lo Stato», ha ribadito dal palco allestito in via D’Amelio, a Palermo, in occasione del 27esimo anniversario dell’eccidio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, in un momento dedicato alle testimonianze dei familiari delle vittime delle stragi.

Ad assistere all’incontro, anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e Nicola Morra, il presidente della commissione parlamentare Antimafia. «Ricordo ancora le parole di Falcone che nella camera ardente mi disse “io devo la vita a queste due bare” – ha proseguito Vincenzo – eppure quella notte sono stato convocato alla squadra mobile dove mi hanno interrogato come se fossi l’assassino di mio figlio, minacciandomi di arrestarmi. Il 28 febbraio ho perso mia moglie – ha aggiunto – una donna che ha sempre chiesto verità e giustizia. E se non l’avrà non riposerà mai in pace». Poi è stata la volta di Angela Manca, la madre del medico Attilio, trovato morto a Viterbo l’11 febbraio del 2004 in circostanze ancora oscure. «Spero di non fare la fine di Augusta e di avere riconosciuta giustizia prima della mia morte», ha detto rievocando le parole che la mamma di Nino ha lasciato sulla propria tomba come testamento.

«Ancora non abbiamo ottenuto giustizia per un bambino di 11 anni barbaramente assassinato, e siamo stanchi di promesse non mantenute», è il lamento di Graziella, la mamma di Claudio Domino freddato il 7 ottobre del 1986 a 11 anni dalla mafia mentre giocava a pallone in strada, a San Lorenzo – da 32 anni non dormiamo, ci chiediamo perché proprio nostro figlio? Ho raccolto per strada un bambino ricoperto di sangue eppure ancora non ho avuto riconosciuto lo status di vittima di mafia. Mi appello a voi – ha aggiunto rivolgendosi ai rappresentanti delle istituzioni presenti – per chiedere la riapertura del suo caso». Il padre Antonio, infine, ha rivolto un ringraziamento alla commissione Antimafia nazionale per avere desecretato documenti con una operazione di verità e giustizia che «fino a oggi nessun altro governo ha avuto il coraggio di fare».

Ma dopo una fitta giornata di iniziative, dichiarazioni e testimonianze, alle 16.58 è il momento del silenzio in via D’Amelio, attorno all’albero della pace, l’ulivo giunto da Betlemme e piantato dalla famiglia, voluto soprattutto dalla mamma del giudice. Nell’ora della strage vengono scanditi i nomi di Paolo Borsellino, degli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Per un minuto tutto tace, le note del silenzio, le agende rosse verso il cielo, poi un applauso, lungo come un abbraccio, quasi una carezza alle vittime e alle loro famiglie, compresa Rita Borsellino, testimone instancabile, scomparsa lo scorso ferragosto. Infine, l’Inno d’Italia. 


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