Il saluto di Lagalla: «Lascio un ateneo competitivo» Da lunedì l’insegnamento. «La politica? Chissà»

«Abbiamo cercato di fare di Palermo un’università normale in un territorio che purtroppo normale non riesce ad essere, che ha condizionato e che continuerà a condizionare il livello di rendimento complessivo degli atenei della Sicilia». Si è congedato così Roberto Lagalla, rettore uscente dell’Università del capoluogo, dopo sette anni di mandato. Anni di profondo cambiamento, dalla drastica e «non indolore», per usare le parole dello stesso Lagalla, riduzione dei corsi di studio a un default più che sfiorato e a test d’ammissione obbligatori per tutti gli indirizzi di studio. Sette anni riassunti in un volume dal titolo Idee, fatti, con numeri e grafici a certificare la crescita dell’Università a dispetto di una forte riduzione delle spese.

«Questo territorio – ha continuato Lagalla – non è normale perché le spese di investimento vengono utilizzate per la spesa corrente, perché la tutela delle professionalità è per livelli di scolarizzazione medio bassa e non ho visto alcun intervento serio o responsabile per i profili high skilled. Non è normale perché il 40 per cento dei laureati va fuori, non è normale perché il mio collega di Catania per venire alla conferenza di fine mandato debba raccomandarsi prima a Dio».

Domani l’ultimo atto del mandato di Lagalla, che poco prima di passare ufficialmente le consegne al suo successore, Fabrizio Micari, firmerà insieme al sindaco Orlando due convenzioni con il Comune per l’estensione della concessione del collegio San Rocco, di cui l’ateneo si occuperà della ristrutturazione e manutenzione straordinaria, e per la cessione di un’area a monte dei dipartimenti, dove sorgerà la sede cittadina del Cnr in una sorta di «cittadella della scienza».

«Il rapporto con gli studenti, i docenti e il personale amministrativo è stato costante – ha raccontato il rettore uscente – abbiamo cercato di fare di questa università un’agenzia culturale del territorio, che potesse cogliere i fermenti di innovazione e connettere questi col lavoro dell’università. Abbiamo anche avuto il coraggio in questi anni di cambiare i criteri di selezione del personale accademico, prendendo anche esperienze esterne, valorizzando quelle interne e attribuendo ai dipartimenti una responsabilità di programmazione basata su criteri che gli organi di governo hanno determinato e fornito preventivamente, sia sugli standard della ricerca che su quelli della didattica e della carriera».

Un solo rimpianto. «Una cosa che mi rimprovero – ha continuato – ma che oggettivamente non sono riuscito a fare, perché ancora una volta le politiche di diritto allo studio sono divise tra l’università e la Regione, attraverso l’Ersu,  è una politica di potenziamento del sistema residenziale universitario».

E per quanto riguarda il futuro, Lagalla ha le idee chiare e non chiude la porta in faccia alla possibilità di un coinvolgimento in una nuova esperienza politica. «Rientro da domani nelle mie ordinarie funzioni da professore universitario, con la serena coscienza di aver fatto tutto quello che era nelle mie possibilità per rendere questo ateneo capace di affrontare le sfide del presente ma soprattutto quelle del futuro. Le stelle polari immateriali di questo accademico sono state l’ascolto di tutti, l’esigenza e la pratica di decidere con determinazione e sempre cercando di garantire la funzione super partes che ogni rettore deve avere».

«Mi diverte il fatto – ha concluso Lagalla – che ogni volta che c’è un’elezione, dal rinnovo del capo condomino a quella del presidente della Regione, venga ad essere tirato in ballo il mio nome, ma come ho già ribadito mi sento un uomo fortunato professionalmente per quello che ho fatto fino a questo momento. Quello che ha cercato di animare la mia esperienza, tanto da assessore, quanto da rettore, è stato l’impegno civile. Se e quando e non so in che forma, ricorreranno le condizioni per poter reiterare un impegno civile fatto di serietà e di proposta, certamente a quel punto non mi tirerò indietro, ma non sono qui ad ansimare perché questo avvenga».


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