Il codice dietro ai blocchi dei tir «Una rivolta contro le cose che cambiano»

Non è manco colpa loro. Forse è che se sei siciliano lo capisci, altrimenti niente. Chi era che diceva la Sicilia come metafora? Sciascia? Ecco, appunto, neanche. La Sicilia come sciarada. I forconi li puoi leggere solo se hai una vaga idea del codice, come quella sezione della settimana enigmistica con le parole crociate crittografate: due, tre lettere, per potere cominciare, hai bisogno di sapere a che numero corrispondono, sennò come fai? I forconi sono una rivolta. Ma sono una rivolta verso le poche, pochissime cose che funzionano (cominciano a funzionare) e non verso quelle che non vanno. I forconi si ribellano proprio perché qualcosa, lentamente, sta cambiando.

1) I partiti di governo sono in crisi. Tutti. A qualunque livello, nazionale come regionale. C’è un vuoto di potere. E qua chi comanda lo dobbiamo sapere prima degli altri. L’abbiamo sempre saputo prima degli altri. Lo abbiamo deciso noi per gli altri. E ora che non lo sappiamo protestiamo perché lo vogliamo sapere. Che è ‘sta confusione?

2) La legge antiriciclaggio, lanciata da Prodi, e poi la tracciabilità dei pagamenti, creano un po’ di difficoltà a chi prima faceva comodamente (=crisi del lavoro nero, delle bustarelle etc).

3) Il governatore Lombardo, cataniocentrico, spoglia a Cristo e veste a Maria, scontentando Palermo (ho detto: Palermo, la città egemone da sempre).

Ed ecco qua i forconi. I forconi sono la creatura concepita da partiti storicamente di governo, che ora si tramutano in partiti di lotta. Lotta per chi? Per loro. Gli serve ossigeno, per sopravvivere. Gli servono soldi. Perché? Per la crisi. Che in Italia (e massimamente in Sicilia) non è crisi economica, ma è crisi politica. Perché? Perché la nostra crisi è la crisi del debito pubblico. E questo debito pubblico da dove viene? “Viene dagli stipendi e dai privilegi della casta”. Minchiate. “Viene dalle pensioni, dall’articolo 18 e dal welfare lussuoso che siamo concessi”. Minchiatone. Viene solo dalla politica clientelare. Il debito pubblico c’è perché da sempre le risorse vengono spese a coppola di minchia per creare carrozzoni che creano clientele. Avrebbero potuto tenersi tutti i vitalizi e le pensioni oscene del mondo, se solo non avessero creato enti inesistenti e posti di non lavoro, utili solo a garantirsi un elettorato fedele nei secoli dei secoli.

– Che fai, voti davvero quello lì?

– Certo.

– Ma è un mafioso!

-Cu mia ha statu n’amicu.

Commesse, appalti, enti regionali, uffici pubblici, province, poltrone, poltroncine, seggioloni e seggioline, seggi, “seggie” e “seggie a sdraio” in consigli d’amministrazione di società partecipate, miste, shakerate, ermafrodite, fatte apposta, su misura, costituite in fretta e furia dal notaio dieci minuti prima di fare approvare il bando alla regione, e sistemare con quel posto pippo, enzo e turuzzo che me l’hanno chiesto per portarmi x voti e x guantiere di cannoli quando viene Natale. Ecco come si sono spesi i soldi. In prebende che garantissero elezioni e rielezioni. In elemosina agli affamati e in regali ai potenti. Da qua viene il debito pubblico in Italia, e in Sicilia (in Sicilia, poi…). A questa nazione in generale, e a quest’isola in particolare, chiudigli i rubinetti (e non perché glieli vuoi chiudere, sia chiaro – che poi magari qualcuno si illude – ma solo perché è proprio finita l’acqua), togligli la possibilità di usare i soldi pubblici per creare clientele e vedrai che parte la rivolta. Berlusconi è stato una specie di accanimento terapeutico: dove soldi non ce n’erano più, ce li metteva lui, di tasca sua, e si pagava il consenso da solo. Ma ora dov’è? La rivolta è seria, vera, popolare e autentica. Perché qua funziona così, ha sempre funzionato così: il popolo in coda dal politico. Dal politico che può, non da quello che non può. E ora che anche il politico che può non può più niente, che si fa? Si protesta tutti insieme. Il sistema vecchio sta saltando, e non si intravede ancora quale sia quello nuovo, troppo lontano all’orizzonte. Ecco perché alla protesta si saldano a meraviglia gli autonomismi mezzi mafiosi: perché siamo nel panico, e magari, se ci lasciate fare da soli, facciamo a modo nostro, come siamo abituati a fare, che per funzionare, funzionava. I forconi hanno mille ragioni e non ne hanno nessuna. I forconi siamo noi, questa regione che parla “c’u trasi e nesci”, con quelle formule che possono significare questo come quello, che ti consentono di dire due cose opposte con la stessa identica frase, dichiararti dentro e chiamarti fuori, a seconda di come si mette. Alla loro testa, che loro lo sappiano o meno (e lo sanno, lo sanno), ci sono quelli bravi a fare questo giochino. Gli altri non servono. Fanno solo confusione. Diteci chi comanda. Diteci subito a chi dobbiamo chiedere. Diteci dove dobbiamo andare. Perché altrimenti blocchiamo tutte le autostrade. E non si va proprio da nessuna parte. Che a noi piace puntare sapendo già chi vince.

O’ Reilly su Aciribiceci

[Foto di MrClementi]


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«Il sistema vecchio sta saltando, e non si intravede ancora quale sia quello nuovo, troppo lontano all’orizzonte. Ecco perché alla protesta si saldano a meraviglia gli autonomismi mezzi mafiosi: perché siamo nel panico, e magari, se ci lasciate fare da soli, facciamo a modo nostro, come siamo abituati a fare». In che modo? Col clientelismo e la prevaricazione. Riprendiamo dal blog Aciribiceci un'analisi fortemente critica del movimento dei Forconi che bloccato per giorni la Sicilia e ora si è propagato in tutta Italia

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