Giovanni, da Scienze politiche al Sud Sudan «Unict e il senso di vuoto che lascia»

Sono nato il 31 dicembre del 1987.
Mi trovo su un un aereo dell’Egyptair diretto a Juba, Sud Sudan. Posto finestrino, scorgo la terra africana sbirciando tra le nubi.

Lo scorso 31 dicembre ho compiuto 25 anni. La mia carriera universitaria iniziò nel 2006. Reduce da un fallimentare tentativo di accesso alla facoltà di Medicina e Chirurgia di Messina (0,50 punti mi condannarono. In seguito si scoprì che lo svolgimento dei test non fu particolarmente limpido), decisi di optare per la facoltà di Farmacia di Catania, la mia città. La sera leggevo il compendio di psichiatria del professor Campailla. Farmacia fu un ripiego; interiormente coltivavo il sogno di diventare uno psichiatra. Sostenni gli esami, quell’anno. Biologia animale, vegetale, microbiologia generale ed applicata, inglese. Mi piacquero molto (porto con me il manuale di microbiologia clinica del prof. Nicoletti, ovunque vada). Ritentai di accedere alla facoltà di Medicina e Chirurgia (a Catania). Non andò bene. Il mio sogno stava svanendo. Non sarei diventato uno psichiatra. Non ero disposto a continuare a studiare per diventare farmacista. Non riuscii a dormire per un paio di notti. Consultai mia madre. Avevamo appena finito di pranzare e in cucina eravamo rimasti noi due. Io le porgevo i piatti mentre lei li lavava con cura.

Al liceo avevo scelto la sezione linguistica, la A del liceo classico Gulli e Pennisi. Oltre l’inglese studiavamo il francese e, gli ultimi due anni, lo spagnolo. Le lingue rappresentano una delle mie grandi passioni (insieme col succo di pompelmo, il calcio e altre due o tre cose…). Alla fine, su consiglio di mia madre, decisi di intraprendere un percorso universitario che mi sarebbe stato congeniale: Politica e Relazioni Internazionali.
«Ma no!! Ma cosa fai?! Ma sei pazzo?! E il lavoro?! Sarai l’ennesimo laureato disoccupato», «Se vuoi fare qualcosa di serio iscriviti a giurisprudenza!». Pure la mia ragazza di allora si dimostrò particolarmente contraria. Non importava. Avevo scelto.

Il primo anno filò tranquillamente. Al secondo anno di corso, il piano di studi prevedeva un tirocinio. Molti tra i miei colleghi lo svolgevano nel comune di residenza, assessorato alla cultura, ufficio rilascio copie… Cose del genere. Io, in quel tirocinio, lessi un’opportunità irripetibile. Bussai alla porta, al primo piano, della docente di Storia dell’Africa. Una donna minuta, con gli occhi verdi, voce sottile ma autoritaria. Mi intimidivano i suoi modi estremamente composti. Iniziai a guardarla con profonda ammirazione. Quando tornai a casa cercai notizie su di lei, comprai i suoi libri, ascoltai le sue interviste. Di lì in poi, negli ambienti accademici, iniziai a presentarmi come «Giovanni Sciolto, lo studente di..». Propose di inviarmi, per il tirocinio, a Tunisi. Avevo deciso. Passaporto. Nel giro di un mese mi ritrovai a respirare, una sera di maggio, gli odori del porto di La Goulette.
Iniziò lì il mio peregrinare in cerca di una professione e, forse, di me stesso. Ricordo perfettamente il primo taxi, abusivo, che mi portò al centro di Tunisi. La prima notte in hotel. Era l’alba, non me ne resi conto.

A Tunisi conobbi un prete, Giambattista Maffi. Un bergamasco, severo all’apparenza. Era il mio tutor (nel quadro del tirocinio). Svolgevo le funzioni di bibliotecaio in una biblioteca arabista appena fuori dalla Medina di Tunisi. Il Maestro (lo chiamavo così), prima di morire, mi trasmise la passione per la cooperazione allo sviluppo, per l’azione. Qualche mese dopo bruciò vivo in quella stessa biblioteca per cause mai del tutto chiarite. Si salvarono pochissimi testi, tra cui la prima traduzione in latino del Corano, del Marracci. Me lo aveva mostrato come un gioiello, quel librone. Ne era innamorato.

Dopo quell’esperienza, in Tunisia, sono rientrato una decina di volte. Per vari motivi. Nell’ottobre 2010 partii per la foresta del Maniema, nella Repubblica Democratica del Congo. Una ONG veneta mi diede la possibilità di seguire dei programmi di sviluppo per tre mesi. Rimasi nel Maniema, completamente solo. Fu meraviglioso, fu la completa deflagrazione di quella fiamma che ardeva in me. Quando tornai a casa piansi. Sentivo l’enorme colpa di essere nato nel posto giusto, nell’epoca giusta. Non mi sono ancora ripreso, ma adesso convivo con quella sensazione in maniera più serena.

La Thawra sconvolse prima la Tunisia, poi la Libia. All’Università di Catania si studiava il comportamento della stampa in relazione a quel fermento. Presi la nave, mi avvicinai ai gruppi anarco-insurrezionalisti che avevano gestito le guerriglie nei quartieri della Capitale. Ne divenni parte. L’osservazione partecipante mi aveva divorato dall’interno. Non riuscivo a concepire altro modo per studiare fenomeni antropologici. Rimasi una settimana. Mi recai a Tataouine, vicino il confine libico, dove incontrai uno dei giovani blogger anarchici. Entrammo in una casa in costruzione. C’erano ribelli libici ovunque. «Uccidere Gheddafi non è peccato!», urlavano. Tornai a Catania, all’università. Presentai brevemente la situazione attraverso i miei occhi, le mie sensazioni.

La mia carriera universitaria procedeva. Durante i viaggi in nave, sui louage, in aereo mi immergevo nei testi consigliati dai docenti e mi presentavo regolarmente agli esami. Preparai una tesi sulle relazioni nascoste tra Tunisia e Israele. Ne ero entusiasta. Venni premiato. Non avevo una media particolarmente alta ma ottenni 103.

Nei mesi successivi lavorai come formatore per Save The Children, a Catania. Poi partii per Douz, ultimo avamposto tunisino prima del deserto. Affittai una camera coi soldi che avevo guadagnato e rimasi lì per quasi due mesi. Insieme con due colleghi e con la “mia” docente avevamo trovato un interessante bando della Delegazione Europea a Tunisi. L’Arci Catania avrebbe fatto da capofila e l’Università lo avrebbe patrocinato. Scandagliai Douz e trovai un degno partner. Rientrai in Italia e lavorai come educatore in una comunità per minori stranieri. Il progetto fu approvato dalla Delegazione. Lasciai il lavoro in comunità e tornai a Douz coi miei due colleghi. Dieci giorni densi di scambio umano, professionale e accademico.

Sulla strada per Douz, all’altezza di Kairouan, ricevetti una telefonata. La mia richiesta di lavorare in Sud Sudan per American Refugee Committee era stata accolta. Il country director, un uomo integerrimo, vero, profondo, conoscendomi dal periodo in Congo, mi aveva sponsorizzato. Dopo una settimana atterravo sulla pista in terra battuta, a Maban. Frontiera col Blue Nile dove le milizie dell’SPLA combattono l’esercito di Khartoum e chiedono che la regione venga annessa formalmente al Sud Sudan.
Dal venti novembre 2012 vivo qui, in una tenda dell’UNHCR. Mi occupo di supportare logisticamente le operazioni relative ai progetti della NGO nei campi rifugiati. Partecipo regolarmente ai logs meeting organizzati dall’UNHCR, studio il luogo per capire i margini di collaborazione coi suppliers locali. All’occorrenza svolgo il ruolo d’interprete (parlo un discreto arabo).

Sono rientrato in Sicilia per una vacanza di una settimana. Essendo iscritto a un corso di laurea specialistica presso l’Università di Catania (i docenti riaprirono le iscrizioni per tre studenti, tra cui io), due giorni dopo il mio arrivo mi sono recato in facoltà per spiegare la mia posizione e chiedere, formalmente, l’esonero dalla frequenza dei corsi.
Sono entrato come si entra in casa propria. Non sono mai stato un rappresentante, la politica studentesca mi affascinava solo al liceo; non ho mai passato le mie giornate in aula studio o nel cortile. Quella dimensione non mi ha mai attirato. Seguivo le lezioni, quando mi trovavo a Catania. Incontravo i docenti. Portavo le mie esperienze all’interno e una volta varcata la soglia della struttura mi definivo in maniera fiera, «studente presso la facoltà di Scienze Politiche di Catania». Scienze Politiche, per me, è stata una famiglia, è stata una grande madre.

Anche adesso, che un collega americano (di origini iraniane), avvocato per le Nazioni Unite mi chiede: «E tu dove hai studiato?», anche adesso rispondo «all’Università di Catania», Politica e Relazioni Internazionali. Credo che sia fondamentale per un polo, per un dipartimento, avere ambasciatori in giro per il mondo. Credo che sia un ottimo modo per attirare i miei coetanei, altri studenti. Anche adesso che una voce cupa tuona…
«Lei non si trova nella posizione di presentare una domanda di esonero dai corsi. Non è fuori né per un Erasmus, né per un tirocinio, né per il titolo congiunto. Quando rientrerà seguirà i corsi e solo allora potrà presentarsi agli esami». Sono le regole.

Due anni, insomma. Due anni in cui dovrei bloccare la mia crescita personale e professionale e catalizzare tutte le energie, il tempo, in quella accademica. Proprio adesso che, con le scarpe sporche di fango, mi trovo in uno dei luoghi più caldi del mondo. Proprio adesso che sono in grado di raccontare le dinamiche delle organizzazioni non governative, delle emergenze… Proprio adesso, che parlo inglese, arabo, francese e kiswahili. Proprio adesso, che quel corso di studi rappresenta il fil rouge che lega le mie esperienze alla teoria. Proprio adesso, che ho venticinque anni e che fra due anni ne avrei ventisette. Proprio in questi anni del cazzo, in cui se resti per due anni fuori dal giro, non ci rientri più. E mi ritroverei a lamentarmi del sistema universitario che sforna disoccupati. Anche stavolta ho scelto. Per questo, uscendo da quella stanza ho percepito un fastidioso senso di vuoto.

Grazie di tutto, Unict.

Anche del vuoto. Perché, come feci scrivere ai miei studenti stranieri alla fine di una lezione di lingua italiana al centro Astalli di Catania: «Dopo il temporale io vedo l’arcobaleno».

Leggi il post sul blog Il ghetto dei fenicotteri di Giovanni Sciolto.

[Foto di USAID_IMAGES]


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