Foto di Ministero dell'Agricoltura

La politica pensa al destino di cavalli e asini. L’esperto di UniCt: «La biodiversità si salva mangiandola»

«La biodiversità si salva mangiandola». Sembra una provocazione, ma è la posizione degli esperti, sulla base di dati ed esperienza. Ancora più interessante nei giorni in cui infiamma la discussione sulle proposte di legge per dichiarare gli equidi animali d’affezione, con il divieto di macellazione di cavalli e asini. Tra toni accessi e facile ironia su una via Plebiscito – la nota strada dei barbecue equini a Catania – ultima frontiera della resistenza. Molto al di là di questo, però, ci sono numeri e dinamiche del settore, come spiega a MeridioNews Salvatore Bordonaro, docente di Zootecnica generale del dipartimento Di3A di UniCt. Parte del corpo docente del corso di laurea in Scienze e tecnologie agrarie. Che ricorda: «Catania è la città siciliana con il più forte legame con la filiera della carne di cavallo. Ma non dimentichiamo gli sfilacci in Veneto o lo stracotto d’asino in Lombardia».

Le proposte di legge e l’importazione

Salvatore Bordonaro, docente di Zootecnica generale a UniCt

Sono due le bozze in discussione nelle commissioni parlamentari nazionali: una della deputata Michela Brambilla (Noi moderati) e un’altra a firma delle deputate Susanna Cherchi (M5s) e Luna Zanella (Avs). Per vietare anche la partecipazione di cavalli e asini a spettacoli stressanti o esperimenti scientifici, oltre che al divieto di «esportazione per macellazione». Eppure, semmai, «l’Italia è tra i primi paesi in Europa per importazione di carne, anche di cavallo», spiega Bordonaro. Compresa Catania, con buona pace di stalle abusive, cavalli da corsa a fine carriera e macellazioni con veterinari compiacenti. Fenomeni con una percezione più grande della realtà. «Già nel 2010, una mia tesista fece un’indagine statistica tra i macellai del centro di Catania – continua il docente – e la maggior parte vendeva carne importata dall’Est Europa». Già porzionata, così da avere solo i tagli più consumati. E che «difficilmente si trova nella grande distribuzione».

I numeri di allevamento e macellazione

Nel 2025, in Sicilia, sono stati allevati 38mila cavalli e 16mila asini. Quasi l’11 per cento dei 500mila di tutta Italia, contro i circa 8 milioni di bovini, gli oltre 5 milioni di pecore e i 155 milioni di polli. Tutte specie che, al contrario degli equidi, finiscono nel piatto nella maggior parte dei casi. E anche l’andamento nazionale della macellazione di cavalli e asini – come dichiara la stessa proposta di legge per il divieto – è decrescente: dalle oltre 70mila del 2012 alle circa 22mila del 2024. Con solo il 17 per cento degli onnivori (il 92 per cento del totale) che dice di consumare carne di cavallo almeno una volta al mese. «Parte di un calo generale del consumo di carne – spiega il docente -, dovuto a scelte etiche, ma anche all’abitudine a consumare piatti veloci, senza cucinare, e al fatto che, banalmente, la popolazione è diminuita».

Il destino dei cavalli dalla nascita

«Quando un puledro nasce, si decide se è destinato alla produzione (con la sigla Dpa), è cioè alla macellazione, oppure no, come nel caso dei cavalli sportivi e nei maneggi – spiega Bordonaro -. Quello dei No Dpa è un destino che difficilmente cambia. Semmai, al contrario, può capitare di comprare un cavallo o un asinello destinato al macello e chiedere che diventi animale d’affezione». In Sicilia, tipicamente, gli allevamenti di equidi hanno pochi animali, «liberi di correre in grandi spazi, per lo più in aree marginali dove non è possibile altro tipo di allevamento – continua il professore -. Ambienti in cui queste attività hanno anche un valore ecologico. Salvaguardandoli da fenomeni come gli incendi e con l’allevatore che diventa custode di territori che si stanno spopolando». Una tendenza che peggiorerebbe se gli allevatori non potessero vendere, anche per l’uso alimentare, gli animali che, dopo la riproduzione, non possono mantenere.

La tutela della biodiversità

«Prendiamo il latte d’asina, che la Sicilia ha riscoperto per prima da 20 anni, con attività gestite soprattutto da donne – racconta Bordonaro -. Possono tenere due o tre maschi per la riproduzione ma, alcuni puledri dovranno per forza essere venduti». Così come chi alleva razze in via d’estinzione: dall’asino ragusano o il pantesco al cavallo sanfratellano. «Conservando un patrimonio genetico che è anche culturale – sottolinea il docente -. Ma se gli allevatori non potessero renderli produttivi, getterebbero la spugna. E noi perderemmo passato, presente e futuro». Senza neanche assicurare del tutto il benessere degli animali rimasti. «Prendiamo i cosiddetti santuari, dove vengono mandati alcuni cavalli salvati dal macello: lì, spesso, stanno nei recinti e senza riprodursi – conclude il professore -. O gli interventi assisti con gli animali (cosiddetta ippoterapia e onoterapia, ndr), su cui si è intervenuto con una legislazione specifica, formando degli specialisti, per evitare lo sfruttamento dei cavalli impiegati».


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