Dissesto del Comune, non per tutti sarebbe una tragedia L’ex revisore dei conti: «Per Catania è come l’anno zero»

«Lo dico pubblicamente da dieci anni: Catania è una città in dissesto e la politica farebbe bene a dichiararlo il prima possibile». Parola di Enea Lenzo, 73 anni, commercialista, presidente del collegio dei revisori dei conti del Comune di Catania in tempi che ormai appaiono lontanissimi: quelli prima che Umberto Scapagnini diventasse sindaco del capoluogo etneo. E, quindi, prima che l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi facesse cadere soldi a pioggia sul capoluogo etneo, in virtù di quella fiducia che tributava a Scapagnini, suo medico personale. «Quando arrivarono quei milioni si è inaugurato un meccanismo che regge ancora adesso: il problema viene nascosto e rinviato al futuro. Così siamo arrivati dai 700 milioni di euro di debiti al miliardo e mezzo certificato adesso». La soluzione? «Il dissesto».

Per Lenzo bisognerebbe, innanzitutto, iniziare a chiamarlo «risanamento, perché questo è: un Comune riparte da zero, con una commissione liquidatrice che si occupa di pensare alla corretta gestione del denaro, senza rimanere schiava dei meccanismi politici». Il professionista è stato commissario liquidatore del Comune di Palagonia, negli anni della prima dichiarazione del dissesto: «A Palagonia ci abbiamo messo dieci anni, ma siamo riusciti a pagare tutto quello che dovevamo pagare. Successivamente, è stata fatta una nuova dichiarazione di dissesto – continua – Ma quella è un’altra storia e, semplicemente, a un certo punto era una scelta comoda».

«Intanto bisogna sgombrare il campo da alcune falsità – prosegue il commercialista – Non è vero che i creditori non vengono pagati per intero. Può anche accadere che lo siano, è la commissione liquidatrice che decide. A Palagonia abbiamo pagato per intero i creditori». Vero è che ai cittadini toccherebbe pagare le aliquote massime di tutte le imposte comunali, e che i servizi a domanda individuale (asili nido, servizi cimiteriali, solarium, impianti sportivi, attività culturali) dovrebbero essere pagati dai cittadini per la quasi totalità dell’importo, ma è anche vero «che a Catania la tassa sugli immobili, per esempio, è già al massimo possibile». E che per legge un’altra tassa, quella sui rifiuti, deve essere coperta interamente dalle entrate che provengono dai cittadini.

«La vendita del patrimonio immobiliare è una risorsa che non riusciamo a immaginare perché non è mai stata fatta per bene», prosegue l’esperto. Nel capoluogo etneo la tenuta del piano di riequilibrio («Per come la vedo io, tentare di rientrare dal debito è stato un errore: dovevamo andare in dissesto, invece») si basa per parecchi milioni di euro sulle alienazioni immobiliari. In realtà, però, Palazzo degli elefanti è riuscito dopo anni a vendere all’asta solo Palazzo Bernini, mentre tutte le altre voci di un elenco che ne contava tantissime sono rimaste lettera morta. «Si vendano le unità immobiliari dando il diritto di prelazione a chi le affitta già: le botteghe, le case, i palazzi, ma si cominci da quelli appetibili commercialmente». Un buon punto di partenza potrebbe essere l’elenco dei fitti attivi, al quale attingere per verificare l’effettivo interesse dei privati nei confronti del patrimonio pubblico. «Chiaramente bisognerebbe svendere, i prezzi sarebbero stracciati, ma intanto si fa cassa».

«L’altra bugia è che non si potranno più sottoscrivere mutui, cosa assolutamente non vera: non si potranno usare le anticipazioni di tesoreria e i prestiti bancari per pagare le spese correnti, tipo gli stipendi dei dipendenti, ma si potranno usare per fare degli investimenti». Un esempio: rifare una piazza per renderla migliore per la cittadinanza è una spesa che un mutuo potrebbe coprire. «Il Comune, dal momento della deliberazione del dissesto, agisce sull’ultimo bilancio depositato e avendo a disposizione solo i soldi delle entrate certe. Tutto quello che entra extra viene gestito dalla commissione liquidatrice, che lo usa per pagare i debiti – aggiunge Enea Lenzo – La norma è fatta così per salvare le città, non per affossarle».

Certo, i dipendenti comunali valutati in esubero verrebbero messi in mobilità, salterebbero le consulenze e i contratti a tempo determinato, «non si potranno più immaginare tutti quegli interventi spot che servono alla politica per mantenere i propri interessi politici: ma per i cittadini è la salvezza da un debito che, andando avanti così, non farà altro che aumentare in attesa di un altro contributo che piova dall’alto e che nasconda la voragine dagli occhi delle persone». Rinviare, poi, serve anche ad allontanare da sé le responsabilità: «La Corte dei conti può condannare le amministrazioni che governano fino a cinque anni prima della dichiarazione di dissesto, stabilendo anche l’incandidabilità degli eventuali esponenti politici coinvolti». Le inchieste del tribunale sono un’altra storia e hanno altre conseguenze (penali, non tributarie). «Per questo dico, soprattutto a Pogliese e ai nuovi amministratori: dichiarate il dissesto, fatelo subito. Questo sì che sarebbe un atto di responsabilità. Catania, poi, ripartirebbe dall’anno zero e potrà solo migliorare».


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