Di fronte ai taccuini della stampa, a margine di un incontro alla Camera di commercio di Palermo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha lanciato, per la seconda volta, un sasso nello stagno della politica isolana: l’evocazione di una regola non scritta secondo cui un governatore del centrodestra avrebbe diritto a dieci anni (due […]
Renato Schifani
Il «diritto ai dieci anni» di Schifani e lo spettro del precedente Musumeci
Di fronte ai taccuini della stampa, a margine di un incontro alla Camera di commercio di Palermo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, ha lanciato, per la seconda volta, un sasso nello stagno della politica isolana: l’evocazione di una regola non scritta secondo cui un governatore del centrodestra avrebbe diritto a dieci anni (due mandati) per portare a compimento il proprio programma.
Una dichiarazione che, sebbene posta in termini di coerenza amministrativa, suona come un’OPA anticipata sulla coalizione in vista della prossima tornata elettorale. Tuttavia, la storia recente di Palazzo d’Orléans e le dinamiche interne alla coalizione di centrodestra raccontano una realtà molto diversa, fatta di veti incrociati e patti del Nazareno in salsa sicula che hanno già mietuto vittime illustri.
La regola dei dieci anni: teoria vs pratica
L’argomento di Schifani è classico: la macchina burocratica regionale è così complessa che un solo quinquennio basterebbe appena a impostare le riforme, mentre il secondo servirebbe a raccoglierne i frutti. È una narrazione di stabilità che punta a blindare la leadership di Forza Italia nell’isola.
Tuttavia, analizzando i precedenti, questa regola appare più come un auspicio che come una prassi consolidata. Il sistema politico siciliano, caratterizzato da un forte frammentarismo e da leader regionali con un peso specifico enorme (da Cuffaro a Lombardo), ha spesso prediletto l’avvicendamento come strumento di riequilibrio dei poteri tra i partiti.
Il caso Musumeci: il precedente che smentisce Schifani
Il confronto più immediato e doloroso per la tesi di Schifani è quello con il suo predecessore, Nello Musumeci. Nell’estate del 2022, Musumeci rivendicava con forza la propria ricandidatura, forte di una gestione che egli definiva di risanamento e di un indice di gradimento che lo vedeva tra i leader più stimati a livello nazionale. Eppure, il diritto al secondo mandato si infranse contro il muro dei veti interni alla coalizione.
Nonostante il sostegno formale di Fratelli d’Italia, Musumeci fu logorato da mesi di guerriglia d’aula da parte dei cosiddetti franchi tiratori (spesso interni alla sua stessa maggioranza) e dal gelo di Forza Italia e della Lega. Schifani oggi invoca una regola che, mesi fa, il suo stesso partito ha contribuito a disattendere per Musumeci. La candidatura di Schifani nacque proprio come sintesi di emergenza per superare l’impasse creata dal rifiuto degli alleati di riconfermare l’uscente.
Le incognite del futuro
Il richiamo di Schifani ai dieci anni non è solo un’analisi tecnica, ma un segnale politico inviato a Roma e agli alleati siciliani. In un centrodestra dove i rapporti di forza sono mutati, con Fratelli d’Italia che oggi detiene la golden share della coalizione a livello nazionale, la riconferma di un esponente azzurro alla guida della Sicilia non è affatto scontata.
La politica siciliana ci insegna che i programmi decennali spesso si scontrano con le esigenze elettorali biennali. Se Musumeci, che era il fondatore di un movimento regionale (Diventerà Bellissima) e godeva di un asse ferreo con Giorgia Meloni, è stato costretto al passo indietro, per Schifani la strada verso il secondo mandato sarà tutt’altro che una formalità burocratica. In conclusione, la regola dei dieci anni rischia di essere un’illusione ottica in una regione dove la sopravvivenza politica si gioca giorno dopo giorno, tra lacrime e sangue, nei i corridoi dell’Assemblea Regionale Siciliana.