La rivoluzione silenziosa all’Ars: così Galvagno vuole cambiare le regole del gioco

A Palazzo dei Normanni si è aperta una partita tecnica, con un grande peso politico: la bozza di revisione del regolamento dell’Ars. La notizia riguarda le prime ipotesi di modifica discusse in commissione Regolamento, convocata dal presidente dell’Assemblea Gaetano Galvagno. Si va dalla limitazione del voto segreto ai tempi di parola ridotti in aula. Passando per la ricalibratura della sessione di bilancio e la riduzione dei componenti delle commissioni permanenti. Una bozza ancora aperta a integrazioni e destinata a incidere soprattutto dalla prossima legislatura. Ma con un punto politico semplice: a essere discusso è il rapporto tra maggioranza e opposizione, tra governo e Parlamento. Per riportare trasparenza e funzionalità in un terreno in cui si consumano imboscate parlamentari, frenate tattiche, ostruzionismi e, soprattutto, il potere dei cosiddetti franchi tiratori. Per questo la riforma del voto segreto è il cuore simbolico e sostanziale del dossier.

I precedenti dei franchi tiratori

Per comprendere la portata delle modifiche proposte, occorre fare un passo indietro. Il 17 febbraio, l’aula approva a fatica il ddl sugli Enti locali. Una vittoria amara, perché sotto i colpi del voto segreto cadono due norme fondamentali: il terzo mandato per i sindaci dei Comuni fino a 15mila abitanti e la figura del consigliere supplente. Unica sopravvissuta: la quota rosa del 40 per cento nelle giunte comunali. Pochi giorni prima, stesso copione. Segnalando il voto segreto come l’arma preferita dai franchi tiratori. Ossia quei deputati che, nell’ombra della cabina elettorale, possono affondare le scelte del governo senza assumersi la responsabilità pubblica delle proprie decisioni. Ed è contro questa pratica che Galvagno ha deciso di muovere i pezzi sulla scacchiera politica.

Il nuovo corso: meno segreto, più trasparenza

Nella bozza discussa il 12 marzo, poi depositata, l’Ars si allinea al Senato. Non un’abolizione totale del voto segreto, ma una limitazione severa a materie ben definite. Come «le votazioni sulle persone», si legge nel testo, quelle sui «rapporti civili ed etico-sociali» e le elezioni mediante schede. Nonché, prevede la bozza di revisione, per le stesse modifiche al Regolamento Ars, l’istituzione di commissioni d’inchiesta e le leggi in materie sensibili (come quella elettorale). Ma c’è un punto di non ritorno: il divieto assoluto in caso di «articoli ed emendamenti dei disegni di legge di approvazione del bilancio, stabilità regionale, consuntivo, variazione e autorizzazione all’esercizio provvisorio». Gaetano Galvagno non usa giri di parole: «Le rese dei conti si fanno guardandosi negli occhi, non dietro un voto segreto – dichiara -. Chi è contrario a qualcosa lo palesa. È un modo per essere più trasparenti nei confronti dei cittadini e degli elettori».

Il numero minimo per la richiesta

La proposta di Galvagno introduce un meccanismo di richiesta del voto segreto che richiede un numero minimo di parlamentari. Quattro deputati per la votazione per divisione, cinque per lo scrutinio nominale, sette per lo scrutinio segreto. Un modo per evitare che singoli deputati possano, con richieste strumentali, rallentare i lavori. Ma l’elemento più innovativo rimane il divieto assoluto di voto segreto sulle materie finanziarie. Una scelta che nasce dall’esperienza traumatica della manovra dello scorso ottobre, quando il governo Schifani, in più occasioni, aveva visto affondare emendamenti chiave per effetto di colpi di mano in aula. Il deputato del Movimento 5 Stelle Nuccio Di Paola, a cui si deve la caduta del terzo mandato dei sindaci, rappresenta l’altra faccia della medaglia. Per le opposizioni, il voto segreto è spesso l’unico strumento per far valere le proprie ragioni in un’aula a trazione maggioritaria.

Tempi contingentati e commissioni ridotte

Ma la riforma punta anche a razionalizzare i lavori parlamentari e, per farlo, Galvagno ha messo mano anche ai tempi degli interventi in aula. Con una riduzione significativa: da 5 a 3 minuti per deputato nella discussione generale, con un totale che scende da 30 a 15 minuti. Poi dichiarazioni di voto ridotte da 5 a 2 minuti e discussione sugli emendamenti assorbita in quella sull’articolato. «Un’aula con tutti i deputati che possono parlare, su ogni singolo emendamento, è ingestibile», spiega Galvagno. L’idea è quella di valorizzare il lavoro delle commissioni, concentrando in aula solo il momento decisionale. Una filosofia mutuata dall’esperienza del Parlamento europeo: con tempi contingentati e microfono chiuso allo scadere del minuto assegnato. Sul fronte delle commissioni permanenti, la proposta prevede una riduzione dei componenti da 13 a 11, fatta eccezione per la commissione Bilancio in quanto filtro.

Un percorso in salita

La strada per l’approvazione, però, è tutt’altro che spianata. L’opposizione ha già annunciato battaglia e, per paradosso, anche la bozza di revisione del regolamento Ars potrebbe essere votata con il voto segreto. Galvagno ne è consapevole: «Magari qualcuno vorrà ancora mantenere le regole attuali – spiega – e la proposta sarà possibilmente bocciata. Dipenderà dalla coscienza di ciascun deputato». Il prossimo passaggio è previsto entro 15 giorni o un mese, con l’obiettivo di raccogliere le integrazioni e le proposte di modifica che ciascun parlamentare vorrà presentare. E l’obiettivo di portarla in aula entro l’estate. Se la riforma dovesse passare, l’effetto sarebbe dirompente. A cominciare dalle lunghe sedute di bilancio: con gli ultimi 5 giorni – dei 45 previsti per la sessione – dedicati «di diritto, senza discussione, alla sola votazione dell’articolato». E con tutti costretti a metterci la faccia. Un punto che riguarda da vicino la qualità della democrazia regionale.


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