Riforma delle province, il ddl da martedì all’Ars Torna l’indennità per il presidente e la giunta

Per quasi due mesi il testo sulla riforma delle province siciliane è rimasto in commissione Affari istituzionali. Un periodo nel quale si sarebbe dovuto avviare un confronto sul disegno di legge proposto dal governo regionale, quindi sulle funzioni da affidare ai nuovi liberi consorzi e alle città metropolitane, sulla loro estensione, sugli organi che le costituiscono. In realtà, in quasi 60 giorni, su questi temi il testo non è cambiato di una virgola. Gli unici argomenti a cui sembra che i deputati regionali tenessero particolarmente sono stati due: l’elezione diretta delle cariche e la loro retribuzione. Nella proposta di legge entrata in commissione a metà febbraio, entrambi i punti erano stati cancellati. Nel testo che ne viene fuori vengono fatti rientrare dalla finestra. Ed è su questo nuovo testo emendato che da martedì prossimo si confronterà l’Assemblea regionale siciliana. Il ddl è stato infatti incardinato finalmente all’Ars.

La riforma prevede la nascita di sei liberi consorzi e delle tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina (queste ultime grandi quanto le tre ex province). Nella prima proposta del governo regionale, invece, i consorzi erano nove e le aree metropolitane molto più piccole. Il cambiamento apportato fa coincidere la legge della Regione Sicilia con la legge Delrio che norma la riforma delle province nel resto d’Italia. 

In commissioni Affari istituzionali, poi, sono state introdotte due sostanziali modifiche che riportano al passato. Da una parte la possibilità dell’elezione diretta del presidente del libero consorzio o il sindaco dell’area metropolitana. Dall’altra la retribuzione per la carica più alta e per i membri della giunta, cioè quelli che saranno gli assessori dei nuovi enti. Il presidente del consorzio o il sindaco della città metropolitana percepiranno uno stipendio pari a quello del sindaco della città più grande che rientra nell’ente. Nel caso in cui le due cariche coincidessero (e nella prima fase lo sarà senz’altro nelle aree metropolitane visto che i sindaci di Palermo, Catania e Messina diventeranno automaticamente sindaci metropolitani), la retribuzione sarà solo una, ma aumentata del 20 per cento. Discorso simile per i membri della giunte. Avranno un’indennità pari a quella degli assessori della città più grande dell’ente e, in caso di doppio incarico, riceveranno un solo stipendio aumentato del 10 per cento. 

Le funzioni assegnate ai nuovi enti non sono state modificate rispetto al testo presentato dal governo regionale. In sostanza sono le stesse delle vecchie province, con qualche aggiunta. Come la competenza sull’approvazione dei piani regolatori dei Comuni. Elemento che, secondo il Movimento cinque stelle, «in aree così vaste permetterà ai sindaci delle grandi città di dettare legge». 

L’altro punto che preoccupa è quello legato alle risorse. Negli ultimi due anni i finanziamenti che il governo Crocetta ha erogato alle province ormai commissariate si sono dimezzati, passando da 30 a 12 milioni di euro. Adesso potrebbe andare anche peggio. Con quali soldi i liberi consorzi pagheranno i dipendenti e assolveranno alle funzioni che gli sono state assegnate? Il rischio è che servizi fondamentali per i cittadini – scuole, strade, trasporti – subiscano ulteriori ridimensionamenti. 

«In più – precisa Salvo Siragusa, deputato Cinque stelle in commissione Affari istituzionali – il governo nazionale non darà alle province siciliane 100 milioni previsti, perché rappresentano il contributo che la Sicilia è stata obbligata a dare per pagare la mobilità dei dipendenti nelle altre province italiane». E’ quanto infatti prevede la legge Delrio, anche se quest’ultima non verrà applicata nell’Isola. 

Adesso la palla passa all’Ars. Dove la battaglia rischia di essere combattuta nuovamente sull’elezione diretta delle cariche e sulla loro retribuzione. Trasformare l’attuale possibilità dell’elezione in un obbligo vero e proprio potrebbe mettere fine a molti mal di pancia all’interno del Partito democratico, ma anche nel centrodestra. 


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