Ragionando sui Movimenti politici

Due domande, fra loro connesse, è necessario porsi allorché si affronta il tema dei Movimenti. La prima, quasi ovvia, su che cosa siano i Movimenti, la seconda, più complessa, è perché nascono i Movimenti.

I Movimenti, sociologicamente, sono raggruppamenti di cittadini, soggetti collettivi, che si mettono insieme per perseguire un obiettivo che non dev’essere, necessariamente, politico ma può essere anche d’altra natura. Infatti, ogni volta che i soggetti sociali che manifestano disagio e/o semplicemente che segmenti di cittadinanza si trovano ad affrontare un problema che intendono risolvere in forma collettiva, danno vita ad un movimento.

Questi organismi possono anche offrire tentativi di risposte generali, dare intere visioni del mondo (Weltanschauung), per lo più, però, cercano di raggiungere obiettivi parziali, ne siano o meno coscienti. C’è da aggiungere che, in questa ricerca, gli stessi, normalmente, si caratterizzano per la indisponibilità al compromesso, tipico dei partiti politici, è per l’entità della partecipazione che é di gran lunga più consistente e numerosa di quella che si manifesta nei partiti.

Alla seconda domanda si può rispondere dicendo che tali soggetti collettivi nascono laddove l’obiettivo che si sono posti, la finalità che vogliono conseguire non viene soddisfatto dai soggetti naturalmente destinati a perseguirlo o che, trattandosi di una specificazione dello stesso obiettivo, si affiancano per rafforzarli ai soggetti legittimati per integrarne l’azione.

Noi accendiamo qui il focus sui Movimenti politici che sono sorti, numerosi – il caso del Movimento 5 Stelle di Grillo è il più eclatante – in questi ultimi anni e quasi sempre in contrapposizione ai soggetti politici tradizionali.

Come è noto, lo strumento politico per eccellenza è il partito, individuato come soggetto che si fa carico e sintetizza il sentire di una parte – partito è appunto, come indicava Luigi Sturzo, “parte” – della società i cui interessi intende rappresentare.

La nostra Costituzione, elaborata in un tempo in cui prevaleva la forma partito di massa, all’art. 49, accoglie questa definizione e fa del “partito” lo strumento naturale della partecipazione politica dei cittadini alla vita pubblica. Al partito assegna, dunque, la rappresentazione ai livelli decisionali delle domande dei cittadini.

Tutto questo in linea teorica, nei fatti, soprattutto, in questi ultimi anni, la predetta missione è stata alterata ed i partiti stessi, da strumenti di razionalizzazione della partecipazione si sono trasformati, e chi di noi non ricorda la lezione di Robert Michels, in vere e proprie oligarchie autoreferenziali. Al partito di massa, che presuppone, appunto, l’esistenza delle masse, si è difatti sostituito il cosiddetto “partito apparato”, che amministra il consenso in modo troppo spesso non coincidente con i desiderata dei cittadini che gli hanno espresso fiducia.

La crisi dei partiti si é ancor di più accentuata a seguito della vicenda di tangentopoli che ha visto nascere, ed affermarsi, un nuovo modo di manifestarsi della forma partito qual é quello del cosiddetto “partito del leader” che, in alcuni casi, è divenuto non più collettore e mediatore delle domande dei cittadini ma lo strumento attraverso il quale il leader, padrone, si propone di tutelare interessi particolari, perfino in qualche caso personali, che possono non coincidere con quelli che ne hanno sostanziato il consenso.

D’altra parte, tale degenerazione è anche prodotto, tema non sempre adeguatamente attenzionato dalla pubblicistica, di una assenza di democrazia reale all’interno dei partiti, democrazia interna che, non dimentichiamolo, è peraltro richiamata dallo stesso articolo della Costituzione laddove si indica il “metodo democratico” come canone di riferimento. Non è un caso che, per evitare controlli circa la democraticità, i partiti non abbiano mai posto il tema dell’attuazione del disposto costituzionale che implica riconoscimento pubblico e la regolamentazione dell’attività degli stessi.

Per cui il partito fino ad oggi è, soggetto privato investito di pubbliche funzioni, destinatario per questo motivo, di risorse pubbliche senza potere essere sottoposto a quei controlli che sarebbero naturali per qualsiasi ente, istituzione o associazione che non si trovi in una simile condizione. Un’anomalia sulla quale tutti hanno giocato, che ha determinato molti degli abusi e scandali di cui la cronaca corrente ci ha dato ampia rassegna e che é anche causa della crisi della partecipazione che si è registrata in questi ultimi anni.

Fra le urgenze da mettere nell’agenda riformistica, non sarebbe, dunque, male che il Governo inserisse anche quella dell’attuazione dell’art. 49 della Carta Costituzionale. Ma, mentre si attendono tali interventi, e soprattutto l’autoriforma dei partiti, i Movimenti, sicuramente il M5S, il più importante di questi ultimi anni, hanno strappato evidenti pezzi di consenso ai partiti offrendo, però, un’offerta politica inconsistente ma, tuttavia, seducente per la carica di rabbia di cui si fanno portatori.

E’ proprio nell’offerta politica sta, in genere, il tallone d’Achille dei movimenti. Essi, infatti, non vanno al di là della gestione della protesta, e soffrono dell’assenza di elaborazione culturale perché rifiutano quelle strutture organizzative e di quella proiezione nel tempo lungo che sono proprie dei partiti. Ecco perché i movimenti, laddove non si isitituzionalizzano, sono destinati ad esaurire nell’arco di un breve periodo, esaurita la propria spinta propulsiva, come quel “fuoco di paglia” di Attila Joszef, essere riassorbiti.


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