Odissea all’ospedale di Giarre Cinque ore di attesa per una lussazione

Questa è una storia come tante altre piccole storie quotidiane di un ridente paesino alle pendici dell’Etna che qualche anno addietro era una città, Giarre.

Tutto comincia dentro un campo di calcetto, durante un quarto di finale di un torneo come ce ne sono tanti in primavera ed estate. Sta per finire il primo tempo quando, dopo una banale scivolata, mi accorgo che il dito della mano sulla quale sono caduto ha assunto una forma lontana da quella normale di un dito ma, piuttosto, vicina a quella dei gustosi biscotti a S ricoperti di cioccolato. Dopo un rapido consulto con la gente intorno si decide di andare al pronto soccorso e sorge subito una domanda: Giarre o Acireale? Beh proviamo a dare ancora fiducia al nostro ospedale, al nostro pronto soccorso e ai nostri medici, in fondo sembra essere solo una piccola lussazione.

Intorno alle 19.50 giungo in ospedale e mostro il dito in accettazione, in attesa di venire registrato. Tuttavia dopo circa un quarto d’ora di attesa in compagnia di altri pazienti, sembra che il solo pronunciare il mio nome all’infermiere provochi un improvviso calo di tensione elettrica nella struttura e ciò comporta lo spegnimento di tutti i computer presenti al suo interno, perché, è chiaro, un ospedale non ha bisogno di un banalissimo gruppo di continuità. In attesa che le macchine vengano riavviate chiedo spiegazioni sul trattamento medico che riceverò e scopro che, prima di tutto, dovrò essere sottoposto a radiografie per accertare l’entità del danno. Contestualmente apprendo che in realtà le lastre verranno effettuate in loco, ma le immagini relative inviate telematicamente all’ospedale acese il cui radiologo stilerà il referto che, a sua volta, verrà inviato indietro nuovamente al Pronto Soccorso di Giarre.

Bell’idea, penso. In fondo è un ottimo modo per centralizzare le competenze senza creare toppi disagi pazienti. Ma, proprio mentre penso ciò, avverto un certo nervosismo tra gli infermieri e frequenti telefonate con l’ospedale acese riguardo certi guasti e certi isolamenti. Informandomi, apprendo che in realtà il sistema è ottimo, ma solo in teoria perché basta un semplice guasto per bloccare la linea e, di conseguenza, tutto il meccanismo.

Intanto i computer  sono stati finalmente riavviati e dopo 35 minuti dall’ingresso in Pronto Soccorso, alle 20.25 riesco ad essere accettato con codice verde. In attesa che il problema in radiologia venga risolto, passo il tempo rassicurando amici, fotografando il dito a forma di biscotto a S ma senza cioccolato, apprendendo il risultato della partita con conseguente sconfitta della mia squadra.

Dopo circa mezz’ora, mi dicono che per sistemare il guasto è in arrivo un tecnico elettricista. Cercando di trattenere il nervosismo crescente considero che in fondo sono fortunato in quanto ho ancora l’altra mano pienamente a disposizione e che anche entrambe le gambe mi permettono di entrare ed uscire dalla struttura, ma quanto starà soffrendo chi è sistemato, da ormai parecchio tempo, su una sedia a rotelle o, peggio ancora, su una barella? Chiediamo allora di andare noi pazienti autonomamente ad Acireale, effettuare lì le lastre e tornare indietro con i referti. Ciò che in un primo momento sembrava impossibile, in quanto «registrati» presso il pronto soccorso di Giarre, dopo un’altra mezz’oretta ci viene concesso e così, intorno alle 21.30 (un’ora e quaranta minuti dopo l’arrivo in ospedale) si parte sulle nostre macchine private verso il reparto di radiologia di Acireale con in mano la richiesta degli esami e il numero di telefono del Pronto Soccorso giarrese da chiamare una volta in possesso del referto per una prima dettatura dello stesso, al fine di allertare in tempo un eventuale ortopedico reperibile.

All’ospedale acese presento alla dottoressa radiologa, nel frattempo opportunamente avvertita da Giarre del nostro arrivo, la richiesta degli esami. Effettuo celermente le lastre, la dottoressa stila un semplice ma puntuale referto e nel consegnarlo si occupa, pur non essendone tenuta, con professionalità e disponibilità apprezzabili, di accertarsi che a Giarre sia presente un ortopedico di turno che possa correggere la lussazione evitando di farmi tornare, in un secondo momento, nuovamente ad Acireale. Avuta la conferma, torno al pronto soccorso giarrese. Qui apprendo che il problema elettrico in radiologia non è stato ancora risolto e che, nel frattempo, i pazienti che hanno bisogno di lastre sono aumentati, in aggiunta a quelli barellati che necessitano, a questo punto, il trasporto in ambulanza ad Acireale per effettuare gli esami radiologici.

Poco dopo il mio secondo arrivo a Giarre giunge l’ortopedico di turno che, constatato l’esito delle radiografie, decide di poter effettuare, in quanto di facile esecuzione, la manovra di riduzione della lussazione in maniera immediata. Giusto il tempo di trovare una stanza in cui effettuarla. Ma le stanze sono tutte occupate e quindi effettua la manovra restando in piedi, medico e paziente. Il mio dito non ha più la forma di un biscotto a S ma, dopo quasi tre ore, ha adesso il colore del cioccolato dello stesso biscotto.

A questo punto è finita, penso. Ed invece mi sbaglio perché l’ortopedico, correttamente, richiede altre radiografie per accertarsi che la lussazione sia stata effettivamente ridotta. Quindi nuovo viaggio ad Acireale. Intanto scopro che lo stesso ortopedico proviene da Acireale e che quindi, sia lui che io, avremmo potuto evitare un viaggio a Giarre del tutto inutile.

Tra i commenti delusi e rassegnati di medici e paramedici del pronto soccorso giarrese sullo stato di abbandono dell’ospedale, si riparte alle 23 circa. Giunto in reparto trovo altri pazienti in attesa, compreso un caso finalmente giunto in ambulanza da Giarre. In attesa di effettuare le nuove radiografie ripenso ai numerosi commenti degli addetti ai lavori dell’ospedale di Giarre. Tutti di un un unico tono: «Se l’ospedale di Giarre deve funzionare così male, allora chi deve decidere, chi ha la responsabilità di una carica amministrativa pubblica, si assuma la responsabilità di dismetterlo definitivamente piuttosto che creare continui disagi ai pazienti, oltre a medici e paramedici».

Brutta bestia la rassegnazione, uccide due volte le tue speranze.

Stanco, quando ormai la mezzanotte è passata da un quarto d’ora, ritorno a Giarre, per la terza volta. C’è da chiudere la pratica e ricevere il foglio di dimissioni dal pronto soccorso. Mi trovo davanti il medico, già provato dai continui disagi e dalle giuste lamentele nonostante la notte sia ancora lunga, che finisce per chiedere a me il risultato della consulenza ortopedica, in quanto impossibile decifrare la grafia dello specialista, e così finalmente dimettermi. Cosa che, poco dopo finalmente avviene.

Ancora in calzoncini e calzettoni posso tornare a casa, con due dita unite da una striscia di leucoplasto e almeno cinque fogli formato A4 che testimoniano la lunga, snervante serata passata dopo una scivolata su un campo di calcetto.

E’ quasi l’una di notte quando rientro a casa, con un unico, martellante, amareggiato pensiero:

«Abbiamo perso…»

No, non mi riferivo alla partita.

Gianluca Guarrera

 


[Foto di Disappoint Me]


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