Micari dice addio a politica e torna a fare il rettore  «Errore non marcare discontinuità con Crocetta»

«Tornerò a fare il rettore. Ero qui per portare avanti un progetto, ma la mia vita non è la politica». Così, in poche battute, il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione siciliana Fabrizio Micari, liquida i risultati elettorali che lo vedono nettamente battuto dal centrodestra e dal M5s. Ma nella lunga conferenza al termine della tornata elettorale, il rettore non pronuncia mai la parola sconfitta e, svestendo i panni moderati e gentili che hanno caratterizzato fino alla fine la sua campagna elettorale passa all’attacco e, in un regolamento di conti, punta il dito non tanto contro i nemici ma, soprattutto, contro gli alleati. Primo tra tutti «Crocetta», il cui governo, secondo Micari, avrebbe fatto perdere al centrosinistra nel suo complesso almeno il sette per cento dei voti rispetto al 2012.

«L’unico rammarico che ho – risponde a chi gli domanda cosa pensa di aver sbagliato durante la campagna elettorale – è non avere evidenziato in modo sufficientemente chiaro quanto la nostra proposta fosse discontinua rispetto a quella del governo Crocetta che, devo dirlo, i siciliani hanno bocciato in maniera chiara». Per il professore, che si è presentato davanti ai microfoni con un foglio vergato di suo pugno con dati e cifre, la sinistra nel suo complesso tra il 2012 e il 2017 ha perso 6 punti percentuali passando dal 37 al 31, frutto di un giudizio decisamente negativo che i siciliani hanno espresso nei confronti del governatore uscente. «La discontinuità era rappresentata da me esponente della società civile – ha sottolineato – se ci fosse stata continuità rispetto al passato, avrebbero continuato con lo stesso candidato presidente».

Il secondo colpevole è, neanche a dirlo la sinistra, rea di essersi divisa, garantendo la vittoria del centrodestra. «La volta scorsa Musumeci e Micciché si presentavano separati e presero il 25,7 e il 15,4, all’incirca il 41, anche stavolta le liste del centrodestra hanno ottenuto lo stesso risultato. La differenza è che allora si è diviso il centrodestra e ha vinto Crocetta, stavolta si è spaccato il centrosinistra e ha vinto Musumeci». Secondo Micari è la conferma che chi rimane unito vince, chi si divide perde. «Sinistra Italiana e Mdp erano stati i primi partiti ad esprimere gradimento sulla mia candidatura – ha proseguito -. Se avessi ricevuto l’incarico di governo, la prima alleanza l’avrei fatta con la sinistra. La divisione è rimasta e l’elettorato ha avuto chiara la consapevolezza che un centrosinistra diviso era debole e non in grado di vincere. Questa sensazione è stata rafforzata dai sondaggi farlocchi».

Ultimo grande protagonista della batosta del centrosinistra, il voto disgiunto e il cosiddetto voto utile: «Il mio dato come candidato presidente è di circa il 19 per cento mentre, la somma delle liste che mi hanno appoggiato, è intorno al 26 per cento. C’è stata dunque un 7 per cento di persone che hanno votato per le liste ma non per me come presidente». Un risultato che ancora una volta si deve alla divisione tra il centrosinistra e la sinistra: «L’elettorato ha avuto chiara la consapevolezza che ciò ci rendeva deboli, mettendoci automaticamente nella condizione di non poter vincere». 

Passaggio fondamentale in questo processo, il tema degli impresentabili nelle liste di Musumeci. Da allora, secondo il rettore, c’è stato uno spostamento consistente di elettorato che, pur votando le liste del centrosinistra, poi ha premiato Cancelleri per cercare di bloccare la vittoria di Musumeci, e i dati lo confermano. «Noi abbiamo una differenza in negativo del 7 per cento confrontando il dato delle liste, al 26 per cento, e le mie preferenze, al 19 per cento. Per Cancelleri, invece, risulta un più 8 per cento nella differenza tra i voti alla lista, al 27 per cento, e i voti al presidente, al 35 per cento. Questo ci ha indebolito duramente – ha concluso – mi auguro solo che questa prova possa servire da monito per le prossime esperienze». 


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Il candidato del centrosinistra sveste i panni moderati e, in un regolamento di conti finale, punta il dito non tanto contro i nemici ma, soprattutto, contro gli alleati. Primo tra tutto Crocetta, il cui governo fallimentare gli avrebbe fatto perdere sei punti. E poi la sinistra che, per colpa del voto disgiunto, ha visto sfumare altri sette punti

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