Le nostre vite e i nostri risparmi nelle mani degli algoritmi…

di C. Alessandro Mauceri

Uno dei settori che oggi finisce, volenti o nolenti, per influenzare la vita di decine di milioni di persone in Italia (miliardi nel mondo) è proprio la “Borsa valori”. A riprova di ciò, basti pensare che non c’è quotidiano o telegiornale che non dedichi parte delle informazioni trasmesse all’”andamento” delle Borse come, ad esempio, quelli di New York, di Tokyo, di Londra e alla variazione di svariati indici a molti per lo più sconosciuti (FTSE Italia Mid Cap Ind, Bloomberg GCC 200 Index, TECDAX PERFORMANCE INDEX etc.).

In Italia, però, buona parte del valore aggiunto, ovvero la ricchezza reale del nostro Paese, per l’esattezza 247 miliardi di euro, è prodotto da imprese che per il 94,7% (secondo gli ultimi dati Istat) sono microimprese, vale a dire imprese con meno di dieci dipendenti (scusate, ma allora a chi interessa tutta la polemica sull’articolo 18?), che danno lavoro a 4.7 milioni lavoratori. (a destra, foto tratta da qualitaprezzo.org)

Solo poche, anzi, pochissime delle microimprese presenti in Italia sono “quotate in Borsa”. Eppure, la vita di tutti noi, volenti o nolenti, è influenzata, e non poco, dall’andamento della Borsa, anzi delle Borse, visto che, ormai, grazie alla globalizzazione, la variazione di un titolo nel corso delle contrattazioni presso la Borsa di Hong Kong, per esempio, può influenzare in misura rilevante la vita dell’artigiano o del commerciante italiano e senza che essi possano fare alcunché per controllare questo processo.

La quotazione presso una “Borsa valori” dovrebbe essere uno strumento semplice che consente alle imprese che ne sono sprovviste di reperire i capitali necessari per operare. Invece, è diventato qualcosa che non ha più molto a che vedere con le imprese e con il loro operato, ma è, sempre più spesso, un mondo per pochi eletti che hanno accesso ad un sistema per accrescere il proprio potere utilizzando enormi capitali messi a disposizione dai comuni cittadini, spesso ignari dei modi in cui sono utilizzati i propri risparmi, con il plauso di banche ed istituti finanziari.

Come se ciò non bastasse, la gestione di questo “sistema”, sulla cui moralità e praticità mi riprometto (e prometto) di discutere in un altro momento, ha ormai raggiunto livelli di complessità tali che neanche i più grandi esperti, che pure non di rado ricevono uno stipendio mensile non molto differente dalla somma di tutti i salari annuali di una microimpresa, riescono a seguire.

Per questo motivo, di recente si è deciso (mi piacerebbe tanto sapere chi prende certe “decisioni”) di ricorrere ad uno strumento nuovo e ai più ancora poco conosciuto: la decisione di acquistare o vendere titoli azionari e similari, ovvero la valutazione di come viene gestita un’azienda e quindi l’opportunità o meno di investire in Borsa sul suo operato, non viene più presa da economisti ed eperti (ridotti quindi a meri esecutori), ma delegata ad un computer.

I “big trader” (ancora un termine che potrebbe essere facilmente tradotto in italiano) stanno pian piano trasferendo la decisione su cosa fare e verso quali imprese indirizzare i risparmi dei loro ignari clienti, a programmi e algoritmi utilizzando strumenti di “algotrading” (ancora un neologismo criptico) che, operando in pochi millesimi di secondo quando la valutazione di un titolo (statale o privato) subisce determinate variazioni, indicano automaticamente agli operatori finanziari cosa fare con i risparmi di chi ha lavorato per una vita. (a destra, foto tratta da moldrek.com)

Questo fenomeno è ancora poco conosciuto nel nostro Paese, ma, considerando che queste “scelte” fatte dalle macchine influenzano pesantemente l’andamento delle Borse, sta già avendo un impatto devastante sulla vita di ciascuno di noi.

Facciamo un esempio: supponiamo che un algoritmo adottato da alcuni big trader, sulla base di un dato inserito (non si sa da chi e non si sa come) “suggerisca” che si devono acquistare o vendere le azioni di una certa azienda (e ciò non necessariamente nel nostro Paese, ma in una qualsiasi altra Borsa valori nel mondo) perché, automaticamente, il costo di alcuni prodotti alimentari o di una certa materia prima o di una fonte energetica cambino in modo rilevante, rendendo impossibile per quel 94,7% di imprese continuare a lavorare e per decine di milioni di persone di continuare a vivere in modo dignitoso.

Inoltre, ciò produrrà, al tempo stesso, un aumento dello spread con conseguente crescita dei tassi di interesse che le imprese dovranno pagare. Tutto questo provocherà un grave indebitamento con tassi di interesse sempre più alti e senza che le imprese interessate abbiano fatto nulla per “meritare” tutto ciò.

Ma qual è, in realtà, il problema? Il problema è duplice: innanzitutto, mi piacerebbe sapere (come credo a tutti coloro la cui vita è influenzata dal funzionamento di un simile strumento) chi ha scritto e gestisce quei programmi e cosa voleva che le macchine suggerissero di fare. E poi, visto che l’uso di questi strumenti finisce per influenzare la vita di tutti noi, anche quando, semplicemente, andiamo ad acquistare un chilogrammo di mele dal fruttivendolo o quando accendiamo la luce rientrando a casa, non sarebbe giusto che tutti noi venissimo messi a conoscenza di quali regole devono rispettare questi sistemi informatici?

Dato che a governarci ci sono tra i maggiori economisti viventi, suppongo che, per loro, non sia stato difficile comprendere l’importanza e la rilevanza di un simile problema (del resto parlano la stessa lingua e non hanno bisogno che qualcuno spieghi loro di cosa stiamo parlando) e che abbiano preso idonei provvedimenti per tutelarci. Stranamente, invece, tutti coloro i quali avrebbero dovuto percepire il rischio che corriamo ogni giorno (anzi, ogni “ora”, visto che le Borse continuano ad operare anche mentre noi dormiamo) non si sono, sino ad oggi, preoccupati di legiferare e di regolamentare questa materia. Le uniche parole pronunciate sull’argomento sono state quelle del Senato che indica “ancora incerta” la “valutazione dei temi relativi alla crescente operatività tramite algorithmic trading”.

Sempre secondo la IV Commissione Permanente Affari e Finanza del Senato “cio` che verrebbe esplicitamente proibito”, è soltanto “la trasmissione di ordini nel mercato sulla base di tali algoritmi … finalizzata a ritardare o bloccare il funzionamento del mercato (cosiddetto stuffing), ovvero a ingolfare la piattaforma di negoziazione (cosiddetto layering) o, comunque, a fornire loro una rappresentazione falsa o fuorviante sulla domanda e sull’offerta relativa allo strumento finanziario (cosiddetto spoofing)”.

Come sempre il linguaggio utilizzato si presenta di “non facile comprensione” per tutti i cittadini e, per il comune lettore, a dir poco, strano.

… ma forse tutto ciò non è affatto strano ….

 

C. Alessandro Mauceri

 


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