Laghetti di Cavagrande, il Tar dice no alla riapertura Ma in tre anni nessuna opera di messa in sicurezza

Il Tar di Catania ha rigettato il ricorso del Comune di Avola nei confronti della Regione in merito alla chiusura temporanea di Cavagrande. Gli accessi alla riserva naturale dai sentieri di Scala Cruci e Mastro Ronna restano ancora vietati dopo l’incendio che era scoppiato nel giugno del 2014.

In questi anni, al di là dei numerosi solleciti avanzati dall’amministrazione avolese e degli incontri con l’assessorato regionale dell’Agricoltura, nulla è stato realizzato per mettere in sicurezza la zona. È stato il Comune di Avola a evidenziare al tribunale amministrativo che, in tutto questo periodo, la Regione non solo non ha fatto nessun intervento di messa in sicurezza dell’area ma non ha nemmeno indicato una data per la riapertura dei sentieri.

«Noi avevamo chiesto di avere una data certa del completamento dei lavori – dichiara a Meridionews il sindaco di Avola, Luca Cannata – e il Tar, in sostanza, in questo senso adesso ci ha risposto che non c’è bisogno di una data certa, l’importante è che i lavori di intervento vengano completati velocemente. Ora dobbiamo capire a che punto sono questi lavori che vorrebbe mettere in atto il demanio e – afferma il primo cittadino avolese – in caso, rivolgerci al Cga (consiglio di giustizia amministrativa) per richiedere una data certa della fine. L’obiettivo è fare in fretta per restituire Cavagrande alla fruibilità pubblica».

In realtà, secondo il pronunciamento del Tar dello scorso gennaio, l’Azienda foreste demaniali avrebbe dovuto dare una riposta sulla riapertura della riserva entro due mesi. Forti sono i dubbi sulla necessità degli interventi di messa in sicurezza che nutre il vice segretario regionale ente fauna siciliana e guida naturalistica, Paolo Uccello, che quei luoghi li conosce bene.

«L’idea di una messa in sicurezza di Cavagrande con disgaggi, catene o reti è una cosa da una parte assurda, perché stiamo parlando di circa 12 chilometri di cava, e dall’altra inaccettabile perché, dal punto di vista naturalistico, altererebbe completamente la diversità biologica e l’ecosistema della cava. Del resto – racconta Uccello – Cavagrande funziona così da milioni di anni: cadono le pietre, queste pietre si frantumano e diventano materiale che permette l’attecchimento di piante di vario genere, creando la diversità biologica».

Una situazione che rischia di mettere in pericolo i visitatori? «A memoria d’uomo – continua la guida naturalistica – ci sono stati soltanto due morti: fra gli anni ’50 e ‘60 un ragazzo scout morì perché cadde infilzandosi il bastone appuntito e poi, più recentemente, fra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, una signora di Avola colpita da una roccia caduta. Quindi – conclude – io credo non si debba fare nessuna azione di messa in sicurezza nei confronti di un ambiente che vive di questi processi della naturale biologia dei luoghi. Più che altro, credo ci sia un problema legislativo perché chi gestisce le aree protette ha una responsabilità eccessiva nei confronti dei fruitori, quindi forse bisognerebbe cambiare la legge». 


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