Iraq e riparazioni

Di: Michelguglielmo Torri

 

Dopo la prima guerra mondiale, l’insistenza delle nazioni vincitrici nell’imporre alla Germania riparazioni irragionevolmente alte, se da un lato non riuscì ad estorcere ai tedeschi se non una parte minima delle somme richieste, dall’altro giocò un ruolo decisivo nello screditare e nel provocare il collasso finale del neonato regime democratico, aprendo la strada al nazismo. Sono, queste, riflessioni che non possono non venire in mente quando si osserva ciò che sta accadendo in Iraq. Dalla caduta del regime di Saddam Hussein, una folla di governi e di grandi corporation private, per lo più americane, ha richiesto il pagamento di ingenti riparazioni. Vero è che, nel caso dell’Iraq, lo stesso popolo iracheno, oggi chiamato a pagare queste riparazioni, può essere legittimamente considerato come una delle vittime principali del passato regime. Si tratta di una realtà di cui ha tenuto conto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il quale, con la mozione 687, che ha legittimato ed avviato il programma di riparazioni da parte dell’Iraq, ha anche stabilito che i pagamenti delle riparazioni dovranno essere fatti tenendo conto: «…delle necessità del popolo iracheno, della capacità di pagamento dell’Iraq e dei bisogni dell’economia irachena».

 

Se, però, il programma di pagamento delle riparazioni è stato avviato a pieno regime, non sembra che i caveat posti dalla mozione 687 a tali pagamenti siano stati rispettati. In una situazione di virtuale collasso dell’economia – per non parlare del caos sociale che l’accompagna – l’Iraq ha finora sborsato una somma di due miliardi di dollari. La parte del leone fra i circa 50 paesi che hanno chiesto riparazioni più o meno consistenti è stata fatta dal Kuwait. In proposito non c’è ovviamente nulla da dire, visto il grado di distruzione imposto a quel paese durante la sua occupazione da parte di Saddam Hussein. Ciò che invece lascia perplessi è l’entità delle richieste avanzate da una serie di grandi corporation per lo più americane. Secondo un elenco che non è in alcun modo esaustivo, fatto recentemente dalla giornalista Naomi Klein, da sempre fortemente critica nei confronti delle grandi corporation, l’Halliburton (il gruppo vicino al vicepresidente americano Dick Cheney) ha richiesto ed ottenuto $ 18 milioni; la Sheraton $ 11 milioni; la Betchel $ 7 milioni; la Pepsi $ 3,8 milioni; la Nestlé $ 2,6 milioni; la Mobil $ 2,3 milioni; la Shell $ 1,6 milioni; la Philip Morris $ 1,3 milioni; la Kentucky Fried Chicken $ 321.000; la Toys R Us, cioè un gruppo specializzato nella produzione di giocattoli, $ 189,000.

 

A differenza che nel caso del Kuwait, le riparazioni chieste e ottenute dalle grandi corporation americane hanno poco a che vedere con distruzioni e morti causate dal passato regime iracheno. In effetti, tali richieste sono basate sul fatto che l’operato del governo di Saddam Hussein ha loro causato una «perdita di profitti» o, nel caso dell’American Express, una «diminuzione dei profitti previsti».

 

In effetti, il problema delle riparazioni alle grandi corporation sta diventando una sorta di bomba ad orologeria. Secondo fonti delle Nazioni Unite, le somme finora pagate dagli iracheni rappresentano solo una parte minima delle riparazioni concesse, cioè non più del 12% del complesso delle somme previste. Come ricorda sempre Naomi Klein, «centinaia di milioni [di dollari] in più dovranno venir fuori dalle casse dell’Iraq post-Saddam».

 

Questo avviene in un contesto che, come del resto ricordato in un precedente articolo di «Quadrante», è caratterizzato dal fatto che le somme destinate dal governo americano alla ricostruzione dell’Iraq ($ 18,4 miliardi dollari) sono state spese solo in minima parte. Secondo il Washington Post, infatti, solo $ 29 milioni sono stati effettivamente spesi per lavori volti a procurare acqua potabile, impianti sanitari, salute pubblica, strade e ponti. E, ancora lo scorso luglio (l’ultima data per cui sono disponibili cifre precise) il Dipartimento americano della Difesa ha valutato i compensi versati agli iracheni vittime dell’intervento americano pari a solo $ 4 milioni. Nel medesimo periodo, gli USA hanno invece riscosso dagli iracheni, come riparazioni di guerra $ 32,8 milioni e i britannici altri $ 37 milioni. Insomma, di fatto gli americani hanno ottenuto dall’Iraq $ 3,8 milioni in più di quanto abbiano effettivamente speso per la sua ricostruzione.


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