Non c’è pace per gli azzurri. È terremoto per Forza Italia a Catania: dove, sotto la cenere delle elezioni amministrative, brucia lo scontro congressuale. Non è bastata la convocazione ufficiale della segreteria provinciale per blindare l’unità del partito. Anzi, l’incontro guidato dall’eurodeputato Marco Falcone ha finito per scoperchiare il proverbiale vaso di Pandora, trasformando la […]
Il terremoto in Forza Italia: dallo scontro a Catania all’ombra di Marina Berlusconi
Non c’è pace per gli azzurri. È terremoto per Forza Italia a Catania: dove, sotto la cenere delle elezioni amministrative, brucia lo scontro congressuale. Non è bastata la convocazione ufficiale della segreteria provinciale per blindare l’unità del partito. Anzi, l’incontro guidato dall’eurodeputato Marco Falcone ha finito per scoperchiare il proverbiale vaso di Pandora, trasformando la definizione delle candidature per le Comunali di maggio 2026 in un terreno di scontro frontale tra le diverse correnti azzurre. Attraversate, anche a livello nazionale, da un ulteriore fermento: il dibattito sull’influenza indiretta di Marina Berlusconi.
Il caso San Giovanni La Punta
Il comunicato ufficiale parlava di un centrodestra unito attorno a Mario Brancato. Tuttavia, la reazione del deputato regionale Salvo Tomarchio è stata un fulmine a ciel sereno (ma non troppo, per gli addetti ai lavori). La denuncia di Tomarchio è politica e metodologica. L’accusa di trasformismo, innanzitutto: con Brancato avrebbe scelto la continuità con l’amministrazione uscente, tradendo il percorso di discontinuità inizialmente concordato. Risultato? Un partito spaccato. La frangia che fa capo a Tomarchio e al capogruppo Giuseppe Bruno ha già ufficializzato il sostegno a Santo Trovato, convergendo su una linea comune con Fratelli d’Italia e Lega. Questo corto circuito non è solo locale, ma il sintomo di una sofferenza che riguarda la leadership di Falcone in Forza Italia nella provincia di Catania. Definita da Tomarchio come «delegittimata» e «arrogante».
Le tre anime di Forza Italia in Sicilia
Per capire cosa sta succedendo a Catania, bisogna guardare alla geografia politica regionale. Forza Italia in Sicilia è un arcipelago composto da tre aree principali in costante frizione. La prima è quella dei cosiddetti governativi, ossia l’area del governatore Renato Schifani. Puntano sulla stabilità del governo regionale e sulla mediazione con Roma, cercando di centralizzare le decisioni per evitare fughe in avanti dei territori. La seconda è quella che fa riferimento all’area Falcone, ossia i territoriali: fortissimi sul piano delle preferenze (come dimostrato alle Europee, rivendicano autonomia decisionale basata sul consenso elettorale e sulla gestione diretta degli enti locali. Ultima, ma non meno importante, quella dei rinnovatori/dissidenti: un asse interno a FI cui appartengono Tomarchio e D’Agostino, spesso legati a Edy Tamajo (recordman di voti) o a realtà civiche radicate. Chiedono un cambio di passo nella gestione del partito, accusando la vecchia guardia di chiusura e mancanza di collegialità.
Verso il Congresso provinciale
La vera partita interna a Forza Italia non si gioca solo nei Comuni di San Giovanni La Punta, Bronte o Randazzo, ma al prossimo congresso provinciale di Catania. La mossa di Tomarchio è un guanto di sfida a Falcone. Definire la governance catanese «disconosciuta dalla maggioranza degli iscritti» significa preparare una scalata interna. Se Falcone punta sulla «visione concreta per i territori», i suoi avversari rispondono con il «modello alternativo basato sul merito». Cosa rischia il partito? Innanzitutto l’effetto traino di FdI: a San Giovanni La Punta, una parte di FI corre con Gorgia Meloni e Matteo Salvini, contro l’altra parte del proprio partito. Questo regala un vantaggio tattico agli alleati-competitor del centrodestra. C’è poi l’isolamento di Falcone. Perché, nonostante il seggio a Bruxelles e il controllo formale della segreteria, l’opposizione interna dei deputati Ars – D’Agostino e Tomarchio – rischia di paralizzare l’azione politica del partito in Regione.
Il dibattito nazionale: il peso di Marina Berlusconi
Ma Forza Italia è un partito che si interroga a tutti i livelli, compreso quello nazionale. Sull’influenza della sfera imprenditoriale riconducibile a Marina Berlusconi, a quasi tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi. La leadership formale di Antonio Tajani garantisce una linea istituzionale e moderata ma, sotto la superficie, si muovono dinamiche più complesse. In cui quella di Marina Berlusconi, già alla guida della holding Fininvest, si manifesta come un’influenza indiretta. Fatta di relazioni, orientamenti e una visione complessiva dell’eredità politica e imprenditoriale del berlusconismo. Con un possibile ritorno all’idea di partito-azienda e il rischio, evidenziato da alcuni analisti, di una legittimazione non elettiva del potere decisionale che, incidendo anche su candidature e linea politica generale, potrebbe indebolire i meccanismi interni di rappresentanza.
Il laboratorio Sicilia: un banco di prova decisivo
Ed è proprio in Sicilia che queste dinamiche, specie in un momento di tensioni interne, potrebbero manifestarsi con maggiore evidenza. Storicamente uno dei bacini elettorali più rilevanti per Forza Italia, oltre che un terreno dove i rapporti tra politica, economia e territorio assumono forme particolarmente articolate. Il governo regionale di Schifani, espressione del partitoI, costituisce un osservatorio privilegiato. Sull’Isola l’eventuale influenza della famiglia Berlusconi potrebbe tradursi in una selezione delle classi dirigenti locali, gestire le alleanze e decidere l’indirizzo delle politiche economiche. Una scelta che riguarda la strutta stessa del potere, più che singoli nomi o influenze. Il nodo centrale resta quello dell’identità. Forza Italia è chiamata a decidere se evolvere definitivamente in un partito liberal-conservatore di stampo europeo. Oppure se mantenere, in forme aggiornate, il legame con il modello originario costruito da Silvio Berlusconi.