Tony Drago, la Corte europea chiede chiarimenti al governo «C’è stato un serio tentativo di trovare la verità sulla morte?»

«Il Governo è stato invitato a presentare una memoria, al più tardi entro il 26 gennaio del 2022». L’invito al governo italiano arriva dalla Corte europea per i diritti umani (Cedu) e riguarda il caso di Tony Drago, il militare siracusano trovato morto nel cortile della caserma Sabatini Lancieri di Montebello di Roma il 6 luglio del 2014. A fare ricorso al Cedu nel dicembre del 2019 è stata Rosaria Intranuovo, la madre di Drago, assistita dall’avvocato Dario Riccioli. A un mese dal ricorso, da Strasburgo hanno risposto assegnando il numero per la trattazione del caso. Qualche mese dopo, proprio il giorno del settimo anniversario della morte, era arrivata la richiesta di un documento

Una richiesta vissuta come «un segno di speranza» dai familiari che non hanno mai smesso di continuare a cercare la verità, anche di fronte all’archiviazione da parte del giudice per le indagini preliminari convinto che «le zone d’ombra non investigate» sono «oramai di difficile accertamento». Adesso, è stato il presidente della sezione della Corte europea per i diritti umani a cui è stata affidata la causa a decidere che il ricorso deve essere notificato al governo italiano che deve presentare una memoria e delle osservazioni. L’istanza è stata presentata dalla madre del militare per «imporre allo Stato italiano la riapertura del procedimento penale, in considerazione – come riporta il documento – della chiara violazione dell’articolo sull’equo processo», e per chiedere di condannare «le autorità italiane che non sono riuscite a proteggere il diritto alla vita di Drago».

In particolare, dalla
Cedu chiedono al governo italiano di rispondere a delle precise domande: il diritto alla vita è stato violato? Le conclusioni raggiunte dalle autorità nazionali costituiscono una spiegazione plausibile per la morte? Le autorità nazionali hanno fatto un serio tentativo di stabilire le circostanze attorno alla morte di Drago? È possibile dire che le conclusioni dell’indagine siano state fatte
sulla base di
un’analisi approfondita, obiettiva e imparziale di tutti gli elementi? «Abbiamo superato il vaglio preliminare dell’ammissibilità e, adesso, sono questi i punti su cui il presidente chiede alla nostra controparte di rispondere facendo delle osservazioni – spiega a MeridioNews l’avvocato Riccioli – In particolare, a rispondere dovrebbe essere l’avvocatura dello Stato che rappresenterà il governo italiano nell’eventuale procedimento».

Nell’estate del 2016, i familiari di Drago presentano una denuncia. È a quel punto che nel registro degli indagati vengono iscritti otto militari che, per ordine e grado, avrebbero dovuto impedire la morte del caporale: l’ufficiale comandante di grado superiore Paolo Lorenzi, l’ufficiale di ispezione Giampaolo Torcigliani, il sottoufficiale di picchetto Salvatore Adragna, il sergente di giornata Paolo Esposito, il comandante della guardia Giuseppe Zarbano e i militari addetti al servizio di vigilanza Daniele Marino, Roberto Cucuzza e Simone Lampis, tutti presenti quella in caserma. Dopo l’incidente probatorio, in cui periti nominati dal gip avevano escluso l’ipotesi del suicidio, è il legale della famiglia a notare una «strana inerzia» della procura e, a tre anni dalla morte, a chiedere, senza ottenerla, l’avocazione delle indagini al procuratore generale della corte di Appello di Roma. Adesso resta la speranza che a fare chiarezza sia la Corte europea per i diritti umani


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