Ipab, due proposte per colmare un ritardo lungo 18 anni Foti: «Governo faccia emendamento, non allunghi l’iter»

«Da questa storia, comunque vada, la politica ne uscirà comunque perdente. Perché 18 anni di ritardo non sono giustificabili, tanto meno da chi a quel tempo sedeva già all’Ars». Assicura di non avere alcun intento polemico e di sperare soltanto che l’iter legislativo prosegua il più celermente possibile, ma dalle parole di Angela Foti, deputata regionale del Movimento 5 stelle, trapela il timore che l’ambizione dei partiti a intestarsi i meriti possa rallentare il percorso della riforma. Parliamo della legge sugli istituti pubblici di assistenza e beneficenza (Ipab), realtà che in Sicilia da decenni offrono servizi di assistenza, in più di un caso occupandosi anche di sanità, ma versando – specialmente quelli più attivi – in condizioni finanziarie al collasso. Con dipendenti in credito di annualità e debiti che, a meno di un profondo intervento di risanamento, sarà difficile saldare. 

A contribuire alla crisi del settore è anche l’inadeguatezza delle norme. Al momento, in Sicilia, la legge di riferimento risale a metà anni Ottanta. Nel 2000, una legge aveva dato delega al governo nazionale di occuparsi della riforma su tutto il territorio nazionale, ma successivamente le modifiche al titolo quinto della Costituzione hanno assegnato il compito alle singole regioni. E la Sicilia ancora una volta si è fatta trovare impreparata, al punto che, a differenza di altre parti d’Italia, non ha mai legiferato. A quasi due decenni di distanza, il momento pare però essere arrivato: da mesi, infatti, è stato incardinato un disegno di legge presentato da Foti e successivamente condiviso anche dal vicepresidente dell’Ars, Roberto Di Mauro (Popolari e Autonomisti), e dal deputato Stefano Pellegrino (Forza Italia). 

Il testo è stato esaminato dalle commissioni di merito. «La nostra proposta prevede la trasformazione degli Ipab in Aziende pubbliche di servizi alla persona (Asap) – spiega Foti -. Una modifica fondamentale in quanto porterebbe gli enti a diventare protagonisti nelle interlocuzioni con gli altri attori del settore dell’assistenza, a partire dalle Asp». Tale possibilità verrebbe offerta soltanto a quelle realtà capaci di dimostrare un volume di entrate pari a un milione di euro negli ultimi tre anni. Per le altre, invece, si aprirebbe la strada verso la trasformazione in organismo di diritto privato, come associazioni o fondazioni. Per queste ultime, tuttavia, ci sarebbe comunque la possibilità di fondersi così da raggiungere il requisito per diventare Asap. 

«L’obiettivo è quello di mettere in condizione gli attuali di Ipab di muoversi con autorevolezza e possibilità maggiori, così da stipulare convenzioni con le Aziende sanitarie – prosegue Foti -. Inoltre i Comuni sarebbero spinti a poggiarsi come prima scelta proprio sulle Asap per la scelta delle realtà a cui affidare i servizi di assistenza». In questi anni, infatti, sempre più spesso si sono create situazioni per cui, a fronte di prestazioni di alto livello da parte degli Ipab, il contributo economico proveniente dal pubblico – nella compartecipazione al pagamento delle rette – non è stato all’altezza. Nel ddl è previsto poi anche una parte riguardante la condizione debitoria degli enti: «Abbiamo inserito un fondo di cinque milioni di euro, a patto che le Asap presenteranno un piano di risanamento quinquennale. Inoltre avranno anche la possibilità di vendere il proprio patrimonio immobiliare per recuperare risorse», aggiunge Foti. 

A decidere di prendere in mano la materia è stato più di recente anche il governo regionale. Nei giorni scorsi la giunta ha esitato un proprio testo. Il ddl si discosta relativamente poco da quello di iniziativa parlamentare: le Asap diventerebbero Aspi (Aziende per i servizi alla persona e interventi) a condizione di dimostrare un volume d’affari di almeno 750mila euro; confermato il piano di risanamento, mentre non è previsto il fondo immaginato dal M5s. «Da un lato – si legge in una nota del presidente della Regione Nello Musumeci – intendiamo ridare nuova linfa agli istituti, nati per volontà di fondatori privati, con una proficua gestione del loro patrimonio e, dall’altro, determinare la riorganizzazione con la chiusura di quelli che non possono più raggiungere i propri scopi. Il disegno di legge mira, in ogni caso, a creare un sistema integrato di interventi e servizi ristabilendo la rilevanza sociale degli enti». 

La novità porta legittimamente a chiedersi che destino avrà adesso il ddl firmato da Foti, Di Mauro e Pellegrino (questi ultimi due espressioni della maggioranza). «Nessuno ha desiderio di rivendicare alcuna genitorialità – chiarisce Foti -. Quello che però ci interessa è che non intervengano fattori che allunghino l’iter verso l’approvazione della riforma. Fino a domani c’è tempo di presentare emendamenti e il governo potrebbe decidere di sfruttare il proprio testo sotto forma di modifica al nostro». Nel caso in cui invece la volontà fosse quello di fare intraprendere al testo un percorso autonomo si potrebbe correre il rischio di fare passi indietro, impegnando nuovamente le commissioni nell’esame del nuovo ddl. Un’ipotesi che Foti non si sente di prendere in considerazione. «Sarebbe pressoché assurdo, qui c’è l’esigenza di risanare una situazione che negli ultimi anni non ha fatto altro che peggiorare. Noi avevamo già proposto la modifica durante la passata legislatura senza però ottenere lo spazio di discussione. Se dovessero ripresentarsi ulteriori lungaggini – conclude la deputata pentastellata – il governo ne risponderà alle centinaia di lavoratori che sono con l’acqua alla gola».


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