Mafia, gli affari dei Fontana nel business del caffè «A Palermo ancora oggi ogni zona ha il suo parrino»

Sei arresti e sequestro preventivo di due società. Questo il bilancio dell’operazione messa a segno dai finanzieri del nucleo di polizia economico-finanziaria di Palermo, in collaborazione con lo Scico, coordinati dalla locale procura, Direzione distrettuale antimafia, in forza di un provvedimento emesso dal gip di Palermo. L’indagine trae origine dalle dichiarazioni rese da due collaboratori di giustizia, Vito Galatolo e Silvio Guerrera, circa le attività di riciclaggio e reimpiego compiute dalla famiglia mafiosa dell’Acquasanta-Arenella. Le attività svolte hanno consentito di portare alla luce una vera e propria organizzazione finalizzata a gestire gli investimenti della famiglia mafiosa dei Fontana, i cui capi – usciti di galera – si erano trasferiti a Milano, ove avevano avviato altre attività, di recente sottoposte a sequestro di prevenzione.

I soggetti arrestati, per i reati di riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori, tutti con l’aggravante mafiosa, sono Giovanni Fontana (classe 1978), Rita Fontana (classe 1989), Gaetano Pensavecchia (classe 1961), Filippo Lo Bianco (classe 1964), Michele Ferrante (classe 1983) e Domenico Passarello (classe 1976). Sono state, invece, sottoposte a sequestro preventivo due aziende operanti nel settore del commercio del caffè: si tratta della Cafè Moka Special di Gaetano Pensavecchia & C. S.n.c. e della Masai Caffè S.r.l., entrambe con sede e stabilimenti a Palermo. Mirate indagini bancarie e meticolose ricostruzioni patrimoniali hanno consentito di tracciare il rientro degli investimenti di capitali illeciti nella disponibilità dei Fontana, anche attraverso l’interposizione fittizia di diverse persone.

La famiglia dell’Acquasanta-Arenella, capeggiata in passato dal boss Stefano Fontana, è stata nel tempo cruciale negli assetti di Cosa nostra palermitana, alleandosi con i Madonia di Resuttana e con Salvatore Biondo di San Lorenzo, nonché investendo gli enormi proventi accumulati con il traffico degli stupefacenti nel settore dell’edilizia privata e nel controllo capillare e occulto dei subappalti ai cantieri navali di Palermo. Le investigazioni hanno consentito di evidenziare un gravissimo quadro indiziario nei confronti degli arrestati, che ha confermato come i Fontana continuino a esercitare un importante controllo sulle attività economiche della zona. Nel corso delle indagini sono state isolate, in particolare, le circostanze relative agli investimenti nel settore della produzione e commercializzazione del caffè (già) a marchio Masai e della vendita di un immobile adibito da tempo ad attività commerciale. 

In questo contesto Giovanni Fontana avrebbe investito a partire dal 2014 ingenti provviste dell’attività mafiosa della famiglia Fontana, dedita, tra l’altro, alla «pratica della riscossione a tappeto delle attività estorsive nella zona di competenza», ammontanti ad una cifra fra i 150mila e i 300mila euro, nella società Cafè Moka Special, utilizzati per avviare una lucrosa attività di produzione e vendita di caffè e realizzare un nuovo impianto produttivo in zona Partanna-Mondello. Giovanni Fontana avrebbe curato personalmente la remuneratività dell’investimento e per questo da Milano spesso si recava a Palermo, salvo poi delegare alla sorella Rita la riscossione del denaro mensilmente dovuto. A sovrintendere a tale attività ci sarebbe stato Michele Ferrante, fedele sodale, che in più occasioni si sarebbe impegnato a riscuotere le mesate, mentre Filippo Lo Bianco, contabile della società, garantiva la correttezza dei conti.

Una volta accumulati ingenti debiti, l’azienda è, poi, stata posta in liquidazione per continuare l’attività con un’altra società di capitali. Entrambe le aziende sottoposte a sequestro, operanti nel settore del caffè, devono intendersi – secondo la ricostruzione investigativa, accolta dal gip di Palermo – come «imprese a partecipazione mafiosa», nel cui ambito il Pensavecchia ha intrattenuto uno stabile, ma oneroso rapporto di convivenza, giacché consapevole del fatto che i Fontana – come diceva nelle conversazioni intercettate – sarebbero rimasti «sempre soci» anche dopo la restituzione del capitale iniziale investito. Pensavecchia, infatti, nel corso di una conversazione intercettata, aveva modo di affermare che «la maledizione del Signore è che siamo in società con questi», e si mostrava assai timoroso della possibilità che i cosiddetti «spioni» (cioè i collaboratori di giustizia) potessero parlare della sua attività illecita, senza che egli potesse avere «una cosa sopra quale prestanome».

Inoltre, nel corso delle investigazioni delle fiamme gialle del nucleo Pef di Palermo, dimostrava di essere perfettamente inserito nella logica mafiosa che ancora permea un certo substrato sociale del territorio, tanto da spiegare che ancora oggi a Palermo «ogni zona ha il suo parrino», nonché mostrando la disponibilità a contribuire nonostante fosse conscio della natura mafiosa dell’azienda. Altra vicenda attorno alla quale ruotano le indagini è quella della vendita di un immobile nei pressi della piazza dell’Acquasanta, per il quale Pensavecchia svolgeva il suo lavoro di prestanome, secondo gli inquirenti. In questo caso, sarebbe un altro fedelissimo dei Fontana ad occuparsi di recuperare gli 80mila euro della vendita dell’immobile, vale a dire Domenico detto Mimmo Passarello, che faceva poi giungere i soldi riscossi a destinazione, anche attraverso Rita Fontana. I militari del gico hanno a lungo seguito tutti gli spostamenti degli indagati, documentando i passaggi del denaro in contanti, avvenuti con modalità tali da rendere «palese come debba escludersi qualsiasi attività lecita ad essi sottesa».

Al riguardo, il gip, nell’emettere l’ordine di custodia cautelare in carcere, ha riconosciuto l’oggettiva gravità dei fatti, maturati in un contesto di asservimento alle logiche dell’organizzazione mafiosa e di infiltrazione criminale nel tessuto produttivo e imprenditoriale del territorio: scopo ultimo di tale illecita penetrazione è stato quello di salvaguardare e rafforzare gli interessi economici di Cosa nostra attraverso il radicale stravolgimento dei principi di libero mercato e di accesso al credito grazie a ingenti immissioni di «capitali sporchi». Le indagini dei finanzieri rientrano nella strategia della locale Dda volta a contrastare l’affermazione dell’organizzazione mafiosa mediante la sistematica aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati e reinvestiti, in particolare, facendo ricorso a soggetti che, non necessariamente intranei e/o appartenenti a Cosa nostra, ma più che meri prestanome, si pongono quali imprenditori – spesso anche dotati di capitale proprio – disponibili a scendere a patti con i gruppi criminali operanti sul territorio


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