Troppo spesso il termine randagio viene utilizzato come sinonimo di abbandono, degrado e problema da risolvere. Ma la realtà è ben diversa: dietro un cane che vive in strada c’è una storia, un territorio che conosce e persone che, ogni giorno, si prendono cura di lui. Come il cane di quartiere, riconosciuto in Sicilia da […]
Un randagio non è sempre senza padrone: come tutelare per legge un cane di quartiere
Troppo spesso il termine randagio viene utilizzato come sinonimo di abbandono, degrado e problema da risolvere. Ma la realtà è ben diversa: dietro un cane che vive in strada c’è una storia, un territorio che conosce e persone che, ogni giorno, si prendono cura di lui. Come il cane di quartiere, riconosciuto in Sicilia da una legge regionale del 2022 che, nel rispetto delle procedure previste, permette a questi animali di rimanere sul territorio di riferimento. Rispettando le esigenze di tutela e sicurezza. Negli anni, come associazione Una mano per 4 zampe, abbiamo avanzato con successo diverse richieste. Ma a farlo può essere anche un solo cittadino, come spieghiamo in questa rubrica Sos randagi.
Pericolo è diverso da fastidio
Secondo la legge, è importante distinguere tra un animale in pericolo, che necessita di un intervento, e un cane di quartiere seguito e accudito. La cui presenza e permanenza non possono essere valutate solo sulla base del fastidio che potrebbe provocare a qualcuno. Il randagismo è una responsabilità umana: alimentata da abbandoni, mancate sterilizzazioni e scarsa prevenzione. Per affrontarlo servono istituzioni presenti, servizi veterinari efficienti, cittadini responsabili e associazioni sostenute nel loro lavoro quotidiano. Senza la scorciatoia di allontanamenti ingiustificati.
Le caratteristiche di un cane di quartiere
Un cane di quartiere è un animale che vive in strada, ma seguito dalla comunità. Dal cibo alle cure mediche necessarie, comprese igiene e responsabilità. Le sue caratteristiche principali sono due: essere sano e mansueto. L’Asp, infatti, nega il parare positivo al riconoscimento in caso di cani malati o mordaci. Un’ulteriore causa di esclusione, più rara, riguarda un branco con un alto numero di cani, reputati potenzialmente più pericolosi. In quel caso, di solito, si procede a separare gli animali, reimmettendoli in territori diversi. Un’azione non sempre risolutiva, considerata la tendenza dei cani a tornare nella loro zona di appartenenza.
La procedura per il riconoscimento
Per fare riconoscere dalla legge un cane di quartiere in Sicilia serve una richiesta al Comune d’appartenenza da parte di un’associazione o di un singolo cittadino. È opportuno indicare il luogo in cui vive abitualmente descriverlo e spiegare perché se ne chiede il riconoscimento. La risposta dell’ente dipende dalla valutazione del Servizio veterinario dell’Asp locale. Se la domanda viene accolta, si procede con gli interventi sanitari obbligatori: vaccinazione e sterilizzazione, a opera dell’Asp o di veterinari convenzionati. Poi segue la registrazione all’anagrafe canina. Il cane di quartiere, infine, dev’essere dotato di un segno di riconoscimento: un collarino o una targhetta che permetta di riconoscerlo non come semplice randagio, ma come animale seguito e accudito, seppur in strada.