Il tramonto di Messina Denaro e la tentata estorsione prima della cattura. Il commento ironico della vittima: «Come si sono ridotti»

Lo stereotipo era crollato prima del suo arresto. Matteo Messina Denaro, il boss stragista, ribattezzato l’invisibile e latitante chissà dove, si rivelò un uomo gravemente malato che faceva la spola tra Campobello di Mazara e Palermo. Non era il capo di Cosa nostra: al massimo gestiva alcune aree della provincia di Trapani, e soprattutto aveva bisogno di soldi per sostenere la latitanza. Tanto che il suo fidato autista, l’agricoltore Giovanni Luppino, si sarebbe trovato costretto fino all’ultimo a chiedere denaro ad alcune aziende locali. Pretese che spesso rimanevano tali, per il rifiuto delle vittime di contribuire al sostentamento del boss. Come sarebbe accaduto nel caso di un’azienda nel feudo di Castelvetrano specializzata nella lavorazione e commercializzazione della Nocellara del Belice. L’aneddoto è contenuto nelle carte dell’inchiesta contro la cosca di Partanna, che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di Luppino, già condannato a 9 anni e 2 mesi per favoreggiamento a Messina Denaro, ma senza l’aggravante mafiosa. Insieme all’autista, i carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per altre due persone e disposto due obblighi di dimora.

Il 16 novembre 2022, due mesi prima dell’arresto del boss a Palermo, gli investigatori monitorano gli spostamenti di Luppino, tra cui una visita all’azienda olearia e un dialogo intercettato all’indomani tra il titolare e il figlio durante una trasferta a Napoli. L’oggetto del discorso non era solo la presunta richiesta di denaro di Luppino, ma anche la latitanza di Messina Denaro. Come se i due argomenti fossero strettamente collegati. «A fare conto che lo prendono», dicevano, anticipano in maniera inconsapevole il futuro. «Ora si pente? Vero che ha un male?». Le pretese dell’autista però non avrebbero trovato terreno fertile: «Che lui è venuto… per me proprio non deve chiedere», si legge in un’intercettazione. I due tuttavia ragionavano sulle difficoltà che avrebbe comportato una denuncia, in particolare perché davanti alle forze dell’ordine sarebbe stato necessario fare nomi e cognomi: «Però giustamente non è che posso mettere nei guai a quello – diceva il figlio dell’imprenditore – Perché quelli che ti dicono? “Chi è venuto?”».

Il mito di Messina Denaro faceva i conti con la realtà di un’organizzazione in evidente declino. «Più che altro vedi come si sono ridotti questi», commentavano tra l’ironico e lo stupito. «Questi sempre così hanno fatto… ci sono momenti di difficoltà e vanno cercando, quando fu tannu di suo cognato, com’è stato arrestato», ribatteva il figlio dell’imprenditore. Riferimento a Saro Allegra, defunto cognato di Messina Denaro. L’imprenditore di Catelvetrano, stando al suo racconto riportato al figlio e intercettato dagli inquirenti, però non avrebbe assecondato la richiesta di Luppino. «Io non ci voglio entrare in questo circuito – avrebbe detto all’autista – perché non sono nelle condizioni di farlo». «Ma iddu perché è venuto?», chiedeva il figlio all’imprenditore: «Perché mandato», rispondeva il padre.

Un rifiuto senza troppi giri di parole. A parlare è sempre l’imprenditore, riportando – secondo la ricostruzione dei magistrati – il dialogo avuto con Luppino: «Dice “se ci puoi dare un mano“, io gli ho risposto “io mano d’aiuto non ne posso dare a nessuno, perché per ora avissi cu mi la dassi a mia… perché i tempi sono quelli che sono“». Il 16 gennaio 2023, dopo quasi 30 anni di latitanza, arriva il giorno dell’arresto di Matteo Messina Denaro e, con lui, di Giovanni Luppino. La cattura viene trasmessa su tutte le reti televisive e diventa inevitabilmente argomento di discussione anche tra coloro i quali, pochi mesi prima, discutevano dell’introvabile boss. «Questo (Matteo Messina Denaro, ndr) l’accompagnava iddu… Giovanni», specificavano, utilizzando l’appellativo ‘u mustusu, con cui era identificato proprio Luppino. «Quello che si vedeva grosso era iddu». L’arresto però era anche motivo di preoccupazione per eventuali indagini collegate al tentativo di estorsione: «Non si sà mai a Dio ci sono intercettazioni ambientali? La denuncia dovevi fare». I commenti successivi «chiarivano che Luppino aveva preteso il pagamento di somme di denaro», scrive il giudice Filippo Serio nell’ordinanza di custodia cautelare, «per conto dell’ex latitante». Un ultimo tentativo che assume quasi i tratti della disperazione.


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