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Marco Castello: da Erlend Øye all'esordio solista

«La vera musica è quella che sa far ridere e all’improvviso ti aiuta a piangere», dice Paolo Conte, e noi rilanciamo dicendo che la bella musica è pure quella che supera i limiti di un’uscita in pieno lockdown

Paolo Mei

Foto di: Glauco Canalis

Foto di: Glauco Canalis

La pandemia ha impedito, a chi ha partecipato all’edizione 2020 del Festival di Sanremo, di coglierne i frutti, ha costretto altri a rivedere le proprie strategie, ha rinviato uscite discografiche e impedito tour promozionali. Ed è come intervenuto a gamba tesa su chi si accingeva a uscire per la prima volta allo scoperto, reprimendolo in un limbo di convivenza tra la gioia del voler condividere la propria musica, la propria creatura, e l’amarezza di non poterlo fare appieno. In tale condizione ci si è trovato Marco Castello, musicista siracusano già attivo ne La Comitiva, progetto al quale è dedito ormai da qualche anno Erlend Øye (Kings Of Convenience), siracusano d’adozione.

Contenta tu è un lavoro di buona fattura, che si lascia apprezzare sin dal primo ascolto; una miscellanea di pop elegante, cantautorato e citazioni proprie del luogo natio che molto rispecchiano la scrittura attuale.

Com’è affacciarsi al panorama musicale come esordiente solista in un periodo storico come questo?
«Non so dirti come sarebbe altrimenti, perché è stata la mia prima esperienza. Il primo singolo è uscito ad aprile, in pieno lockdown. Sin dall’inizio è stata una cosa più distaccata di quanto mi aspettassi. A settembre c’è stata l’opportunità di due concerti, Roma e Milano, con capienza ridotta, che un po’ mi ha fatto assaggiare quella che sarebbe dovuta essere la sensazione di un esordio vero e proprio».

Il fatto di suonare con Erlend ne La Comitiva ti ha in qualche modo spronato a lanciarti in questo esordio?
«Assolutamente sì. Senza Erlend, quest’album non sarebbe esistito. È lui che ha sentito i miei brani mentre li suonavo per conto mio durante le pause tra un concerto e l’altro. Se non fosse stato per lui, che mi ha proposto di registrarli, sarei ancora lì a suonarli per me. Come causalità di questo disco, Erlend è essenziale. Un po’ meno come influenza e scelte musicali, sia per via di gusti diversi che per il fatto che molti brani esistevano ancor prima».

So che hai spedito i tuoi brani alla 42 Records, label con in scuderia Colapesce, e che a un primo approccio ti aveva ignorato, almeno fino a quando lo stesso Colapesce non è intervenuto. È la prova che per poter ricevere le attenzioni necessarie a una semplice valutazione c’è spesso bisogno di un intermediario. Il fatto di suonare con La Comitiva di Erlend ti ha facilitato in qualche modo per altri aspetti professionali?
«Sicuramente ho fatto delle esperienze che non avrei mai immaginato di poter fare e ho conosciuto addetti ai lavori con cui confrontarsi e con cui sono nate amicizie, a tal punto che alcuni di loro sono venuti a trovarci a Siracusa. E mi piace pensare che da questi rapporti possano nascere delle collaborazioni, per contribuire anche a una scena locale».

Nel tuo modo di fare pop traspare un certo sound anni ’70 che richiama nomi come Alan Sorrenti, Enzo Carella e Lucio Battisti, e si percepisce una certa cura e delicatezza che solo chi conosce bene la musica, chi l’ha studiata e chi ne ascolta molta sa dare. Quali sono i tuoi riferimenti?
«Tutti quelli che hai elencato sono sicuramente nei miei ascolti sin da piccolo. Tant’è che molto spesso non è cosa voluta, ma assolutamente naturale il modo di cantare o di immaginare gli arrangiamenti. E ascolto anche molta roba che viene dagli Usa o dall’Inghilterra, non necessariamente anni ’70: una delle principali influenze del disco, per quel che riguarda i giri armonici, sono i Mild High Club, autori di un album dal titolo Skiptracing, che mi ha ispirato tantissimo. Ma anche jazz, funk e afro-americana».

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