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Amministrative 2026, l’analisi delle liste: poche donne, rari giovani e tante vecchie volpi


Il 24 e 25 maggio 2026 la Sicilia torna alle urne per rinnovare i consigli comunali di 70 centri dell’Isola. Ma, dietro la liturgia democratica, tra le pieghe delle liste per le Amministrative 2026 si nasconde un paradosso che sembra uscito dalle pagine di Tomasi di Lampedusa: tutto cambia affinché nulla cambi. Da un lato, una riforma delle quote rosa sbandierata come storica e, dall’altro, una realtà di fatto dominata da una gerontocrazia maschile che non accenna a cedere il passo. Se qualcuno sperava che la tornata del 2026 segnasse un ricambio generazionale, rimarrà deluso. Il fenomeno delle vecchie volpi, politici con oltre quarant’anni di carriera alle spalle, spesso già pensionati, è più vivo che mai.

La carica degli eterni: il museo delle cere della politica

L’età media dei 178 candidati in Sicilia è di 52 anni. Gli under 40 sono solo 22: il 12,36 per cento. Un numero che precipita a 6 se si considerano gli under 30 (3,37 per cento). Nelle segreterie politiche dei principali Comuni al voto, l’esperienza viene brandita come uno scudo contro l’incertezza. Tuttavia, a uno sguardo più cinico, si direbbe più una forma di conservazione. I candidati over 70 dominano le coalizioni, forti di portafogli di voti costruiti in decenni. Il risultato è una politica che guarda allo specchio del passato: programmi fotocopia, promesse di infrastrutture mai realizzate e una totale incapacità di dialogare con i giovani. Che, nel frattempo, continuano a lasciare l’Isola al ritmo di migliaia all’anno.

Dal candidato più giovane ai più stagionati

Nelle liste per le Amministrative 2026, l’aspirante sindaco più giovane di tutta l’Isola è Charmel Pio Informante, 20 anni, candidato a Savoca, nel Messinese. Una differenza anagrafica non indifferente se consideriamo che il record per l’età più avanzata lo detiene Vincenzo Oliveri, 86 anni, candidato a Villabate, nel Palermitano, e con una lunga carriera politica alle spalle. Ma anche a Mascali, nel Catanese, l’ipotetico primo cittadino potrebbe chiudere il proprio mandato ben oltre la soglia degli 80 anni: si tratta di Biagio Susinni, 78 anni.

Quote rosa: la riforma della beffa

Il vero terreno dello scontro culturale è, però, quello della rappresentanza di genere. Solo pochi mesi fa, l’Assemblea regionale siciliana (Ars) ha approvato una norma definita «rivoluzionaria»: l’obbligo del 40 per cento di donne nelle giunte comunali dei centri sopra i tremila abitanti. Un adeguamento tardivo agli standard nazionali, ottenuto dopo anni di resistenze e battaglie da parte delle deputate regionali. Eppure le liste dipingono una realtà ben diversa. Se nelle giunte, per legge, il volto delle donne dovrà apparire forzatamente, tra le candidature ai consigli comunali la presenza femminile è sotto il 25 per cento. Spesso riempi-lista, per assolvere ai requisiti minimi di legge, da partiti che raramente offrono loro risorse e sostegno mediatico per una reale elezione.

Le donne in corsa nei Comuni

Chi fa peggio, dal punto di vista del genere, è senza dubbio la provincia di Messina: nei 17 Comuni al voto e tra i 42 candidati totali alla fascia tricolore, si contano solo 8 donne in corsa. Restando sempre all’interno della cerchia dei Comuni con sistema proporzionale, tra le proposte degli schermenti politici si distingue il centrosinistra con 6 candidate a sindaca. Segue il centrodestra con 4 candidate; Sud chiama Nord con 2 e una candidata con liste civiche a Ribera, nell’Agrigentino.

La caccia all’indennità garantita

A rendere ancora più irritante il clima elettorale è il tempismo con cui l’Ars ha approvato, insieme alla riforma di genere, l’aumento delle indennità per sindaci e assessori nei piccoli Comuni. Un provvedimento che ha agito da acceleratore per le vecchie volpi: la poltrona di sindaco non è più solo una questione di prestigio o servizio, ma un posto di lavoro ben remunerato con contributi a carico della Regione. Trasformando la corsa alle Amministrative 2026 in una caccia all’oro dell’indennità garantita. In molti Comuni, inoltre, si correrà con un unico candidato sindaco: un segnale inquietante di atrofia democratica, dove l’unica sfida è il raggiungimento del quorum del 50 per cento.


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