La crisi del Sindacato in Italia sembra ormai irreversibile

SE NON TORNERANNO A FARE IL PROPRIO MESTIERE, OVVERO NEGOZIATORI DELLE POLITICHE DEL LAVORO, QUESTE LE FARA’ RENZI CON L’EUROPA, CON LA TROIKA E CON LE MASSONERIE FINANZIARIE

Le nostre considerazioni sul dibattito sindacale relativo all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori hanno avuto un’eco di commenti tutti negativi sul ruolo del sindacato nella nostra Isola. Non sul suo ruolo teorico, bensì sui comportamenti che esso assume in generale nei riguardi degli agenti negoziali (governi, imprese, ecc.) e sui comportamenti di chi, investito dell’incarico nelle aziende, usa la sua funzione nell’interesse proprio e dei ristretti circoli di consenso (clientele) che riesce a mettere assieme con favoritismi e particolarismi.

Questa caratteristica che in origine apparteneva ai sindacati autonomi (non confederali) è diventata ormai formula generale di tutti i sindacati, confederali compresi e senza distinzione di orientamento culturale sia esso bianco, roso, giallo o di qualsiasi altra tonaliutà cromatica.

Com’è strana la storia: si passa in poco tempo dall’idea di sindacato cinghia di trasmissione della politica al pan-sindacalismo e al sindacato codino e subalterno, come si è ridotto ai tempi presenti.

L’errore di fondo che commettono i sindacati è quello di copiare il modello tedesco della cogestione senza averne titolo istituzionalizzato, ma rendendosi disponibile alla cogestione subalterna (sottogoverno) per grazia ricevuta. A quale prezzo? Il prezzo pagato per questo ruolo ‘dirigente’ è presente nel malcontento diffuso tra i lavoratori di ogni categoria, fatta eccezione, forse, per i metalmeccanici della Fiom.

Il sindacato ha abdicato al suo ruolo negoziale per trasformarsi in strumento di pressione verticistica, in altre esperienze storiche chiamata “lobby”. Questa prassi contraddice alla funzione del sindacato quale istanza per il progresso della civiltà del lavoro e di un’importante quota della società produttiva, sia di benessere economico, sia di avanzamento culturale.

Si pensi, solo per fare un accenno brevissimo, alle benemerite 150 ore di lezioni serali e a quali benefici hanno portato a migliaia di lavoratori italiani.

Se i sindacati non recupereranno in tempi brevissimi la funzione di soggetti protagonisti del progresso economico e socioculturale dei lavoratori italiani il nostro Paese continuerà a declinare sempre più, anche per l’assenza di una borghesia illuminata e progressista che possa concorrere alla ripresa dello sviluppo e della crescita.

Ormai il modello imprenditoriale dominante è quello Marchionne, che è quanto di più retrogrado possa essere immaginato. Il Nostro interpreta perfettamente la figura del ‘padrone delle ferriere’, il che la dice lunga sulle prospettive di progresso del “made in Italy”. La sua filosofia è di stampo multinazionale con alloggio in Olanda, sede fiscale in Inghilterra e sede operativa a Detroit ed anagrafe tributaria personale in Svizzera.

Cosa abbia a che vedere questo modello imprenditoriale con la miriade di piccole imprese che reggono ciò che resta del “made in Italy” è un mistero insondabile che pure esiste.

Per le ragioni sommariamente segnalate, ove i sindacati non tornano a fare il loro mestiere di protagonisti negoziatori delle politiche del lavoro, queste le farà Renzi d’intesa con l’Europa (leggi Mario Draghi) e la Troika, cioè le massoneria finanziarie.

E in tutto questo bailamme, chiederete voi : dei lavoratori chi se ne occupa?Risposta: Dei lavoratori chi? Dei lavoratori chi se ne frega…


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