Mafia dei pascoli e fondi europei: come funzionava il sistema per ottenere i contributi da Bruxelles

«Sedicenti» agricoltori e allevatori che richiedevano e ottenevano sovvenzioni dalla comunità europea, ma anche mafiosi che incassavano contributi da Bruxelles dichiarando la disponibilità di terreni all’insaputa dei reali proprietari, tra cui la stessa Regione Siciliana. La mafia dei pascoli continua a fare affari puntando agli aiuti riservati al comparto agricolo. Soldi ottenuti anche con la presunta complicità di alcuni professionisti che lavorano nei Centri di assistenza. Un copione che si ripete e che torna sotto i riflettori con l’operazione Nebrodi 2, portata a termine dal Reparto operativo speciale dei carabinieri sotto il coordinamento della procura di Messina. Sessanta persone indagate e otto le imprese agricole coinvolte. Una di queste, denominata Rinascita, sarebbe stata «stabilmente utilizzata», scrive nell’ordinanza il giudice per le indagini preliminari Eugenio Fiorentino, per «commettere frodi ai danni dei fondi europei in agricoltura, oltre alle canoniche truffe con falsi contratti di locazione dei terreni».

Per cercare di capire come funziona il business dei clan, principalmente attivi nell’area di Tortorici e con le famiglie dei Bontempo Scavo e dei Batanesi, bisogna partire dall’Agenzia per le erogazioni in agricoltura. Ente istituito dal governo di Massimo D’Alema al posto dell’Azienda per gli interventi sul mercato agricolo. Obiettivo principale quello di coordinare e pagare, sotto forma di aiuti e contributi, chi si occupa di produzione agricola. Un meccanismo che, per funzionare, si avvale di alcuni enti attivi nei territori. Come i CAA, acronimo di Centri di assistenza agricola, che devono aiutare allevatori e braccianti a predisporre le domande per ottenere i benefici da Bruxelles. Assumendosi la responsabilità della verifica dei dati indicati nelle domande e della conformità dei documenti rispetto alla normativa. Per i controlli amministrativi l’Agea si affida invece alla SIN, che si occupa del Sistema informativo agricolo nazionale, una sorta di banca dati con tutte le informazioni che riguardano il comparto agricolo. Ogni azienda ha un proprio fascicolo che funziona come una sorta di carta d’identità dell’impresa. I soldi arrivano, per esempio, attraverso il regime unico di pagamento, che prevede un sussidio legato all’estensione della superficie aziendale destinata all’attività agricola, indipendentemente dalla quantità della produzione. Per farlo bisogna «patrimonializzare» il terreno ottenendo un titolo che poi può essere pure ceduto attraverso un contratto registrato. I pagamenti, è bene ricordarlo, avvengono con accreditamento su conto corrente tra l’1 dicembre e il 30 giugno dell’anno successivo rispetto a quando si presenta la domanda.

In uno dei casi citati nell’ordinanza di custodia cautelare la società cooperativa Rinascita avrebbe beneficiato della presunta complicità di un patronato Fenapi di Randazzo, in provincia di Catania. «Inducevano in errore – si legge nei documenti – dirigenti e funzionari dell’Agea, in ordine alla sussistenza dei requisiti per la concessione degli aiuti e la liquidazione di tutte le tranche per un ingiusto profitto pari a 44mila euro». Per questo motivo sono indagati per truffa aggravata Alfio Pillera e Carmelo Vitale. Stessa accusa per Francesco Princiotta, funzionario della Fenapi di San Fratello, in provincia di Messina. Il funzionario si sarebbe occupato della documentazione della società agricola Agrisole attestando il rispetto della normativa nonostante le presunte carenze «in ordine ai titoli di conduzione giustificativi dei terreni».


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