La confisca a Ciancio, via a processo di secondo grado In ballo approfondimento contabile e pentito Squillaci

C’è un nuovo pentito che parla di Mario Ciancio Sanfillippo. Il suo nome è Francesco Squillaci e per anni è stato al servizio della famiglia catanese di Cosa nostra come soldato del clan di Giuseppe Pulvirenti, ‘u Malpassotu. Inizia così, con un clamoroso colpo di scena, il processo di secondo grado per la confisca del patrimonio dell’editore, imprenditore ed ex direttore del quotidiano de La Sicilia. Una vicenda giudiziaria separata, me per forza di cose comunque collegata, alla questione del concorso esterno in associazione mafiosa. Reato per cui Ciancio è imputato davanti i giudici del tribunale etneo. A dare l’annuncio del pentimento di Squillaci sono i magistrati Antonino Fanara e Miriam Cantone. «Si tratta di una collaborazione molto importante – spiegano in aula – perché si parla di un personaggio che ha percorso un pezzo di storia di Cosa nostra a Catania». E tra le pagine del suo romanzo criminale c’è anche Mario Ciancio. Perché Squillaci in realtà davanti i magistrati si era già seduto a parlare nel 2014. Parole pronunciate non da collaboratore di giustizia ma da dichiarante. Sul tavolo era finita la storia di un finto attentato che la mafia avrebbe organizzato nei confronti dell’ex direttore così da farlo apparire come una vittima dei padrini catanesi. 

«Ho sentito parlare di lui per la prima volta nel 1989-1990 – racconta Squillaci all’epoca riferendosi a Ciancio -. Francesco Mangion, allora latitante, chiese a mio padre, alla mia presenza, di mettere a disposizione due persone per organizzare un’intimidazione a Ciancio». Il piano, stando alle sue parole finite a verbale, sarebbe stato organizzato «per farlo passare come vittima». Troppo pressanti, secondo Squillaci, le attenzioni che magistratura e forze dell’ordine in quel periodo stavano concentrando sull’editore e i suoi presunti rapporti con la famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano. Squillaci nella sua ricostruzione indica con nome e cognome anche le persone che sarebbero scese in campo per commettere il finto attentato, nella villa di Canalicchio. «I due ragazzi utilizzati furono Aldo Raffa e Ferruccio Coppolino – spiega -. L’ordigno preparato era a basso potenziale per evitare che potessero esserci danni a vicini o terzi. Entrambi si recarono sul posto e lanciarono l’ordigno con la miccia accesa al di là del muro di cinta dell’abitazione». Qualcosa effettivamente il 17 agosto 1990 succede. Una piccola esplosione poi denunciata alle forze dell’ordine da  Rosario Muscia, tuttofare al servizio di Ciancio. I verbali di Squillaci, che collabora con l’autorità giudiziaria dal 20 aprile 2018, non sono ancora entrati nel fascicolo del processo sulla confisca dei beni. La difesa dell’editore si è infatti riservata di leggerne il contenuto prima di dare, o negare, il consenso. L’ultima parola spetterà comunque alla corte presieduta dalla giudice Dorotea Quartararo, affiancata da Antongiulio Maggiore e Antonino Marcello.

Dopo un lungo preambolo, in cui in aula si è data lettura del decreto d’impugnazione del provvedimento di confisca, è toccato ad accusa e difesa prendere la parola. Così è tornata d’attualità anche la Pricewaterhouse Coopers, colosso mondiale nel settore della consulenza fiscale che per la procura etnea ha stilato l’analisi del patrimonio di Mario Ciancio Sanfilippo, dal 1974 al 2013. Periodo al quale potrebbe aggiungersi anche un approfondimento per biennio 1974-1975. Richiesta che però non convince la difesa. Come sottolinea in aula, e senza giri di parole, l’avvocato Carmelo Peluso: «Ciancio è un uomo straricco – spiega al microfono – A Catania lo sanno tutti che in viale Odorico da Pordenone c’è un signore che aveva miliardi sui conti correnti. È impensabile che la mafia catanese negli anni ’70 abbia investito due miliardi di lire nell’editoria in una città in cui si occupavano di contrabbando. Non c’è bisogno di nessuna ulteriore perizia, ma chiedo alla corte di indicare un periodo di riferimento preciso per fare le sue valutazioni». La decisione finale però spetterà ai giudici durante la prossima udienza. Fissata, per uno strano scherzo del destino, il 15 gennaio. Giorno in cui si celebrerà anche il processo per concorso esterno in associazione mafiosa. 


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