Ciancio, in aula il pentito Catalano e l’ex killer Ferone «Aldo Ercolano mi disse che il direttore era un amico»

Un pentito per vendetta che però sottolinea decine di volte di dire «sempre la verità», e un testimone che da collaboratore di giustizia era tornato a premere il grilletto. Giuseppe Catalano e Giuseppe Ferone. L’ex capo dei Laudani nel quartiere San Giorgio e il ragazzo cresciuto negli anni ’70 alla corte del boss Pippo Calderone. Sono loro due i primi testimoni chiamati a parlare nel processo a carico di Mario Ciancio Sanfilippo, l’imprenditore ed editore del quotidiano La Sicilia, accusato dai pm Agata Santonocito e Antonino Fanara di concorso esterno in associazione mafiosa. Un momento atteso che segna il via al dibattimento all’interno dell’aula Italo Santoro, nei locali dell’ex pretura di via Crispi. La storia di Catalano passa per la scalata ai vertici mafiosi nel suo rione e una fuga tra Germania e Belgio, conclusasi con l’arresto nel 1996. A cercarlo in quegli anni era anche «la famiglia»: «Mi  accusavano di essermi appropriato dei beni del gruppo e hanno iniziato a uccidere i miei amici. Mi sono pentito per vendicarmi ma non ho parlato solo dei miei nemici. Io ho sempre detto la verità su tutto», precisa davanti la corte guidata dal presidente della prima sezione penale Roberto Passalacqua.

Il bottino della villa di Ciancio valeva almeno un miliardo di Lire

Quando i pm gli chiedono di Ciancio, Catalano riavvolge il registro dei ricordi e si ferma all’11 marzo 1993. «Quando abbiamo fatto una rapina nella villa del direttore de La Sicilia». Il motivo lo spiega sempre il pentito: «C’era stata ospite la principessa d’Inghilterra, quella che poi è morta nell’incidente in galleria, e sapevamo che dentro c’erano cose importanti». Il colpo riesce e l’ex boss, accompagnato da almeno altre dieci persone, riesce a portare via un bottino immenso. «Mi dissero che valeva almeno un miliardo di Lire. Per questo ho provato a piazzare tutto ma un ricettatore, venuto da piazza Armerina, era disposto ad offrirmi soltanto un centinaio di milioni». L’affare non è di facile conclusione e intanto il furto in villa finisce anche sulle pagine del quotidiano di Ciancio. Il 13 marzo 1993 viene data la notizia a pagina 17: «Rubati pezzi antichi ma erano fotografati», titola il giornale. Otto giorni dopo un piccolo box annuncia una ricompensa da 50 milioni «a chi fornirà notizie utili per recuperare gli oggetti». La notizia si diffonde anche nell’ambiente mafioso e presto il boss viene convocato: «Sono stato chiamato dal mio responsabile Giuseppe Di Giacomo in una villa di San Giovanni La Punta, la stessa dove Aldo Ercolano trascorreva la latitanza». Al cospetto del nipote del boss dei boss Nitto Santapaola e killer del giornalista Pippo Fava sarebbe arrivato l’ordine: «Ercolano mi disse che Ciancio era un loro amico e non si doveva toccare più, così ho restituito la merce e mi hanno dato un busta con forse 20 milioni».

Il testimone non ricorda l’ammontare esatto del riscatto e più volte le sue dichiarazioni vengono contestate durante il controesame, condotto dagli avvocati Carmelo Peluso e Francesco Colotti. Due cose però riaffiorano nella sua mente e riguardano alcuni oggetti che l’ex boss decise di non restituire: «Un quadro con raffigurata la famiglia Ciancio che ho bruciato perché identificabile e un tappeto reale che invece mi sono portato a casa, usandolo per una serata speciale. Era lungo 13 metri e sono stato costretto a suddividerlo perché il tavolo di casa mia era lungo otto». Il pezzo di arredamento viene ritrovato dai carabinieri soltanto nel 1996, quando Catalano si pente indicando ai militari dove lo teneva nascosto. L’assalto alla villa di contrada Cardinale, forse favorito dalla presenza di un basista, viene denunciato da Ciancio soltanto alla fine di marzo 1993. Ma quello non è l’unico episodio: «In un’altra villa sua avevamo portato via almeno 15 fucili», continua il collaboratore di giustizia senza però riuscire a essere chiaro se quest’ultimo furto sia avvenuto prima o dopo quello con la taglia sul giornale.

«Mario Ciancio? È n’amicu, ci si po parrari». Giuseppe Ferone non ha molti ricordi diretti ma si sofferma sui commenti dell’ambiente mafioso ai piedi dell’Etna e sulla presunta linea editoriale che avrebbero adottato i quotidiani La Sicilia di Catania e il Giornale di Sicilia di Palermo. Lo spunto glielo lancia l’avvocato Dario Pastore, legale dell’Ordine dei giornalisti in qualità di parte civile. «Leggevamo le notizie e a Catania c’era un omicidio al giorno e mai che si parlava di mafia. Secondo lei queste cos’erano se non notizie pilotate?», esclama Ferone rivolgendosi al legale. 

A processo viene ascoltato come testimone perché lui non è più sottoposto al programma di protezione. Nel 1995, dopo l’omicidio del padre e del figlio, sceglie di parlare con i magistrati ma nello stesso tempo impugna la pistola e diventa un pentito con licenza d’uccidere. Tra le sue vittime pure Carmela Minniti, moglie del capo di Cosa nostra catanese Nitto Santapaola, uccisa l’1 settembre 1995. Gli unici aneddoti sul mondo dell’informazione risalgono a molti anni prima. «Quando avevo una pellicceria in via Crispi chiesi al direttore di Telecolor (televisione poi passata a Ciancio, ndr) di occuparsi della festa della Madonna nella vicina piazza Bovio. Volevo fare anche pubblicità e Aldo Ercolano mi fece sapere che ci volevano 70 milioni anche se per me ci sarebbe stato un bel risparmio, ma poi non si è fatto nulla». «Il nome del direttore?», chiedono a Ferone: «Credo si chiamasse Blanco», risponde. L’altro giornalista che cita l’ex pentito è «Angelo Vecchio», ex penna dell’Ora di Palermo, Telecolor e Giornale di Sicilia: «Mio zio Giovanni Molino faceva il bagnino in un lido di Catania dove gran parte della mafia aveva le cabine. Erano gli anni 1973/1975 e il giornalista era un assiduo frequentatore. Era lì e ci conosceva tutti quanti».


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