Vendetta e ritorsione dietro i due delitti di Adrano. La verità dopo 15 anni. «Dopo avere ucciso hanno vomitato»

La vendetta e la ritorsione. Questo ci sarebbe dietro i due omicidi avvenuti ad Adrano (in provincia di Catania) nel 2008, quello di Francesco Rosano e quello di Alfio Neri, e risolti oggi con quattro persone che sono finite in carcere: Antonino Bulla (classe 1983); Salvatore Crimi, detto Turi u cani (1986); Alessio Sampieri (1985) e Gianni Santangelo (1983). Tutti e quattro ritenuti appartenenti al clan mafioso adranita dei Santangelo-Taccuni. «Si tratta di due episodi da ricondursi a dinamiche della criminalità organizzata adranita», si legge a chiare lettere nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Luigi Barone. Una svolta a cui si è arrivati a 15 anni di distanza dai fatti tramite i racconti fatti agli inquirenti da alcuni ex componenti del sodalizio mafioso diventati, nel frattempo, collaboratori di giustizia: in particolare Vincenzo Rosano (fratello di una delle vittime) e i suoi due figli Francesco e Valerio (famiglia nota con il soprannome di Pipituni) e Giovanni La Rosa.

L’omicidio di Francesco Rosano

Bulla, Crimi e Santangelo – insieme a un quarto uomo non ancora identificato – sono stati arrestati dalla polizia per l’omicidio di Francesco Rosano, detto Franco Palazzo. È il 18 gennaio del 2008 quando il cadavere della vittima viene trovato dentro la sua auto – una Seat Toledo di colore blu – ferma in via Bruno (all’angolo di casa della vittima). Un corpo senza vita che è stato crivellato con 14 colpi di arma da fuoco. Un delitto che sarebbe maturato nella volontà di vendicare il triplice omicidio di Alfio Rosano, Daniele Crimi e Alfio Finocchiaro commesso da tre amici della vittima, i fratelli Antonino e Alfredo Liotta – detti Trentalire – e Vincenzo Mazzone. «Sapevamo da prima che questa persona doveva essere uccisa perché faceva la spia», ammette La Rosa. Insomma, Rosano avrebbe avuto rapporti con il clan adranita rivale (quello degli Scalisi) «Lui faceva tipo da staffetta», continua riportando la convinzione che Rosano prendesse informazioni da una parte per riportarle all’altra. Una vicinanza, quella tra Rosano e i fratelli Liotta di cui il clan sarebbe venuto a conoscenza leggendo le carte processuali dell’operazione Meteorite. «Dopo l’omicidio hanno bruciato la moto (il mezzo con cui sarebbe stato compiuto il delitto, ndr), hanno buttato le pistole e hanno vomitato. Gli è venuto da vomitare perché era la prima volta». Gli autori del delitto è Valerio Rosano a definirli «un gruppo di fuoco (soprannominati I carusi, ovvero i ragazzi in dialetto siciliano) perché erano sempre armati e tenevano le pistole anche all’interno del porta oggetti di un motorino Honda Sh». Sempre pronte all’uso.

L’omicidio di Alfio Neri

Per l’assassinio di Alfio Neri, detto Pasta rattata (ovvero, grattata) sono finiti in carcere Bulla, Crimi, Samperi e Santangelo. L’uomo viene ritrovato cadavere intorno a Mezzogiorno del giorno di Ferragosto del 2018. Il suo corpo senza vita, attinto da sei colpi di arma da fuoco, viene rinvenuto riverso sul ciglio di una strada di Adrano dove è caduto dopo essere stato colpito mentre si trovava a bordo del suo scooter Sh. I proiettili sono stati esplosi da media distanza e lo hanno raggiunto e ucciso mentre cercava di scappare. Un omicidio subito ricondotto a una vendetta da parte di soggetti appartenenti al clan Santangelo. La vittima infatti, pur non essendo affiliata, era notoriamente vicina al gruppo di Francesco Coco, importante esponente del clan rivale degli Scalisi. Due anni prima, nel maggio del 2006, Neri era stato vittima di un altro agguato: in quell’occasione era rimasto ferito a una spalla mentre l’uomo che era con lui, proprio Coco, fu colpito a una gamba. «Dietro l’uccisione di Neri – scrive il gip nell’ordinanza – c’è la contrapposizione con il clan Scalisi di Adrano e la ritorsione per alcuni atti criminosi commessi da Francesco Coco – sodale di Neri – ai danni del clan Santangelo». Dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia è emerso che Neri «viene ucciso perché pensavano fosse un guardiaspalle e sodale di Francesco Coco. Era uno che gli portava le notizie». Sono le parole di Francesco Rosano. Per compiere il delitto, il clan avrebbe richiesto anche la sua partecipazione. Il padre Vincenzo, che in un primo momento avrebbe formalmente acconsentito, poi «dissi a mio figlio – ha raccontato lui stesso agli inquirenti – di non farsi trovare. Quando vennero a cercarlo la mattina del 15 agosto, dissi che era al mare a Sant’Alessio».


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