La Tares a Palermo? Sbagliato ‘spremere’ famiglie e imprese

di Economicus

Il direttore di questo giornale mi invita a esprimere la mia opinione sul regolamento della Tares approvato dalla Giunta comunale di Palermo. Debbo confessare che prima di decidermi a scrivere queste note mi sono preso quasi una settimana di tempo.

Come mi capita spesso di ribadire dalle colonne di questo giornale, manco dalla Sicilia ormai da tanti anni. E quando torno – e da quando sono in pensione mi capita spesso – sono un po’ disattento.

Detto questo, mi sono deciso a scrivere dopo aver letto quello che hanno scritto i giornali siciliani. La mia impressione, da economista, è che i palermitani non hanno ancora capito bene di che cosa si tratta. Forse non è stato chiarito a sufficienza che se il Consiglio comunale del capoluogo siciliano approverà il regolamento della Tares così come varato dalla Giunta comunale, pr le famiglie e per le imprese della città si profila una stangata senza precedenti.

Con la Tares i costi della raccolta dei rifiuti sono tutti a carico dei cittadini, famiglie e imprese. A prescindere da quale sarà l’entità di tale costo.

Voglio ricordare che città italiane che hanno un territorio più esteso di Palermo e un numero maggiore di cittadini operano con aziende che hanno un terzo dei dipendenti con i quali opererà la nuova società del Comune palermitano, la Rap.

Lasciando perdere questi casi limite, va detto che, in proporzione al territorio e al numero di cittadini, il numero di dipendenti della Rap è esorbitante. E questo è tutto personale che pagheranno i cittadini di Palermo. Una follia con l’attuale crisi.

Sarebbe molto più razionale ridurre di due terzi i dipendenti della Rap, qualificando il personale. In questo modo si eviterebbe di penalizzare le famiglie e le imprese della città, già in estrema difficoltà.

La Rap, se ho ben capito, dovrebbe ereditare i 2 mila e 700 dipendenti dell’ex Amia. Questo è irrazionale, oltre che diseconomico. Sarebbe più corretto trovare una soluzione per 1.800-1.900 persone con gli ammortizzatori sociali. Lasciando in Rap non più di mille addetti, più che sufficienti per tenere pulita una città come Palermo.

L’impatto degli ammortizzatori sociali per 1.800-1.900 persone sarebbe di gran lunga minore degli effetti perversi che avrebbe un aumento eccessivo della Tares per mantenere 2 mila e 700 addetti.

A Palermo, come del resto in altre città d’Italia – ma nel Sud il fenomeno è più vistoso – un’alta percentuale delle famiglie è già povera. Togliere a queste famiglie 400-500 euro in una sola soluzione potrebbe avere effetti molto negativi.

Per una famiglia povera anche la ‘preparazione’, già alcuni mesi prima, al pagamento della Tares creerebbe enormi problemi. In altre parole, si avrebbe un’ulteriore abbassamento dei consumi, una povertà più diffusa, un aumento della disoccupazione.

Il discorso non cambia se lo rapportiamo alle imprese, già in grande difficoltà. La Tares rischia di peggiorare la situazione. Penso, soprattutto, ai ristoranti della città, che subiranno un ‘salasso’.

Insomma, caricare sulle famiglie e sulle imprese il costo del personale in eccesso del Comune di Palermo e delle sue società potrebbe essere un errore tragico. Chi ha la responsabilità di certe scelte, prima di adottarle, dovrebbe pensarci molto bene.

Sarebbe, però, scorretto, da parte mia criticare il provvedimento non indicando qualche soluzione alternativa. La soluzione ci potrebbe essere. Un Comune, quando è in difficoltà finanziaria, prima di ‘spremere’ i cittadini – come, di fatto, sta facendo l’amministrazione di Leoluca Orlando, Sindaco che stimo ma che, in quest’occasione, mi sembra molto mal consigliato – dovrebbe valutare attentamente la possibilità di utilizzare la leva urbanistica, nel rispetto dell’ambiente.

La parte orientale di Palermo è degradata. L’Amministrazione potrebbe ipotizzare di cedere in concessione – per esempio, per cento anni, come si fece nei primi del ‘900 con i pantani di Mondello – un tratto di costa della parte orientale della città.

Non credo che mancherebbero investitoti internazionali. Si potrebbero realizzare alberghi, centri di benessere e, nell’interno, campi da golf.

Il direttore del giornale non sarà d’accordo con me, ma io non penso che sulle coste ci debba essere il divieto assoluto di edificazione. L’edilizia alberghiera e turistica, a mio modesto avviso, dovrebbe operare liberamente, ne rigoroso rispetto dell’ambiente.

Nel 1976, quando la Sicilia introdusse l’inedificabilità assoluta lungo le coste, ero convinto che tale divieto non sare4bbe stato rispettato. Basta girare per le aree costiere di Catania, di Siracusa e di Trapani (ma anche in altre province dell’Isola) per verificare che le coste sono state ‘cementificate’ lo stesso. Sarà cemento abusivo, certo: ma è pur sempre cemento!

Tornando a Palermo, cedendo per cento anni ai privati questo tratto di costa, sulla base di progetti equilibrati, il Comune potrebbe incassare somme non indifferenti, perché oggi i canoni non sono più quelli di vent’anni fa. Il Comune, inoltre, potrebbe acquisire una piccola partecipazione nelle iniziative, assicurandosi, nel futuro, introiti.

Ci guadagnerebbe la città di Palermo, che risanerebbe la parte orientale. Ci guadagnerebbe il Comune. Ci guadagnerebbe l’economia della città. E ci guadagnerebbero i cittadini.

Qualcuno dirà: e la mafia? Bene: sarebbe l’occasione per eliminarla definitivamente. La mafia, fino ad oggi, ha frenato lo sviluppo della Sicilia. Per batterla ci vuole sviluppo. Trovando la forza e la determinazione per governare lo sviluppo senza la mafia. 

 

 


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