Ciancio, torna il caso della lettera di Santapaola Jr dal 41bis I dubbi del presidente della corte su come finì su La Sicilia

Tre testimoni in presenza e uno, il collaboratore di giustizia Giuseppe Raffa, collegato a distanza. In mezzo due cambi d’aula. Il processo per concorso esterno in associazione mafiosa a carico del quasi 90enne Mario Ciancio Sanfilippo, editore, imprenditore, monopolista dell’informazione ed ex direttore del quotidiano La Sicilia, si arricchisce di una nuova udienza. Ad essere chiamati in aula oggi sono stati alcuni testimoni della difesa, guidata dall’avvocato Carmelo Peluso con accanto il legale Francesco Colotti. Sul tavolo torna la questione del centro commerciale Porte di Catania ma anche l’affare Pua e la linea editoriale del quotidiano. Su quest’ultimo punto, ad alternarsi nelle domande, è stato anche il presidente della corte Roberto Passalacqua. Desideroso, almeno questa è stata la sensazione in aula, di capire come sia stato possibile che la lettera scritta dal detenuto al 41bis Vincenzo Santapaola, figlio del capo di Cosa nostra catanese Nitto, sia finita sulle pagine del giornale nell’edizione del 9 ottobre 2008. Una missiva di autodifesa dal carcere che non era stata autorizzata da nessun magistrato e che non venne accompagnata sul giornale da nessun testo che aiutasse i lettori a contestualizzare chi fosse l’autore (poi condannato per mafia in via definitiva a 18 anni perché considerato il successore del padre, ndr).  

«La lettera venne pubblicata nella prima pagina della cronaca di Catania e allora Giorgio De Cristoforo era il capocronista. Fu una decisione autonoma di quella pagina e il caporedattore prese atto della cosa a pubblicazione avvenuta», racconta il giornalista Andrea Lodato che attualmente è caporedattore de La Sicilia ma che in passato ha lavorato anche nell’emittente televisiva Antenna Sicilia. «È normale fare una scelta così senza parlare con il caporedattore?», chiede il presidente. «Credo che non si confrontò con Tempio», aggiunge Lodato riferendosi alla storica figura di Domenico Tempio. Quest’ultimo, continua il testimone, «parlò a Ciancio, dicendo che doveva essere informato e che la cosa doveva essere gestita diversamente». Evoluzione della vicenda che però sembra non stemperare i dubbi del giudice anche perché il caporedattore non avrebbe mai riferito alla redazione quale sarebbe stata la risposta di Ciancio davanti alle sue rimostranze sulla pubblicazione della lettera di Santapaola junior. «Dopo, all’interno del giornale, non successe nulla», conclude Lodato. Poco prima al testimone è stato chiesto della visita in redazione del boss Pippo Ercolano e della mancata pubblicazione del necrologio in ricordo del commissario di polizia Beppe Montana, ucciso nel 1985. «Forse, in certe situazioni, bisognava dialogare e fare altre scelte – spiega Lodato riferendosi al caso Montana – Io tuttavia non conoscevo le regole dei necrologi ma mi fu detto che c’erano delle consuetudini per evitare che il necrologio diventasse una forma di comunicazione diretta o indiretta».

Ricordi che affiorano con il contagocce per quanto riguarda la costruzione dei lavori del centro commerciale Porte di Catania. Un affare che comincia nel 2000 e passa dai terreni di Ciancio e dalle società Icom e Immobiliare Europea. Un ruolo centrale nella fase di progettazione e di cantiere è stato quello dell’ingegnere Renato Grecuzzo, noto anche per essersi occupato dell’ospedale San Marco e del parcheggio a piazza Europa, a Catania. «Le imprese che hanno costruito il centro commerciale erano fidelizzate all‘Immobiliare Europea e molte provenivano dal Nord Italia», spiega Grecuzzo all’avvocato Peluso. Gli animi si surriscaldano quando l’accusa, con il magistrato Antonino Fanara, chiede alcuni nomi di quelle imprese, precisando inoltre che «a noi risulta che non ci fossero queste società di fuori regione», spiega il pm. «Il verde, per esempio, venne affidato a un’azienda non siciliana – precisa il testimone – Non ricordo i nomi di persone che ho incrociato in cantiere 15 anni fa», prova a chiarire. A occuparsi del grosso dei lavori fu però Vincenzo Basilotta, il controverso imprenditore edile deceduto l’11 maggio 2015 senza mai essere condannato in via definitiva per mafia nonostante l’imputazione nel processo Dionisio. Ribattezzatore del movimento terra, Basilotta con la sua Incoter ha lavorato in tutti i principali cantieri della Sicilia, pubblici e privati, compresa la casa di campagna dell’ex presidente della Regione Raffaele Lombardo. 

«C’era un protocollo di legalità molto rigido – continua l’ingegnere in aula riferendosi alla scelta delle ditte da parte di Immobiliare Europea – Sono state indicate dopo un analisi di fatturati, capacità produttive e parco mezzi. Bisognava avere tempi certi di realizzazione. Di Basilotta avevamo anche la certificazione antimafia». Interprete diverso invece quando c’è da parlare del Pua, piano attuativo Catania-Sud, progetto mai attuato che porterebbe lungo la costa della Playa alberghi, un centro congressi ma anche campi da golf e un acquario. Il tutto, almeno in parte, sui terreni dell’editore Mario Ciancio. Sull’operazione, come in tutti i pezzi di queste storie, si addensano le ombre di mafia e politica. In aula, come testimone della difesa, c’è Salvatore Bonaventura, amministratore della società agricola San Giuseppe La Rena – in cui le quote di maggioranza erano detenute dalla famiglia Ciancio – proprietaria di 16 ettari di terreno agricolo nell’area sud della città. «Dieci anni fa Ciancio mi presento Bissoli della Stella Polare che si proponeva di realizzare un mega-progetto. Lui (Bissoli, ndr) voleva avere una opzione sui terreni, cosa che gli abbiamo dato con scadenza a un anno, passato il quale – ha concluso Bonaventura – è decaduto tutto e si sono interrotti i contatti». 


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