Una sentenza rovesciata da un lato e il fischio d’inizio di un nuovo processo dall’altro. Destini e storie che si incrociano ma che hanno un comune denominatore, ossia l’università di Catania. Comincerà oggi, davanti i giudici della terza sezione penale del tribunale di piazza Giovanni Verga, il processo Università bandita. Nome che non ha bisogno di interpretazione e che venne scelto dai magistrati della procura per indicare l’inchiesta della Digos su un presunto sistema di favoritismi all’interno dell’ateneo. Oltre all’allora rettore Francesco Basile, che venne sospeso, tra i coinvolti finirono decine di docenti, non solo di Unict, ma anche nove direttori di dipartimento. Ritenuti dai magistrati, con ruoli e accuse diverse, parte di un «sistema squallido» che avrebbe determinato le nomine interne all’amministrazione e i corsi. Adesso, passati 1047 giorni dal blitz, comincia il processo. Dal 2019 a oggi non sono mancati i colpi di scena.
Gli imputati di oggi sono in tutto nove. Non ci sarà il docente Giancarlo Magnano San Lio, l’unico a scegliere il rito abbreviato rimediando una condanna a un anno e due mesi, con pena sospesa, per abuso d’ufficio. Ci saranno invece due ex rettori, Basile e Giacomo Pignataro, e sette professori: Giuseppe Barone, Michela Maria Cavallaro, Filippo Drago, Giovanni Gallo, Carmelo Giovanni Monaco, Roberto Pennisi e Giuseppe Sessa. I reati ipotizzati per sette imputati sono abuso d’ufficio e falso mentre per Drago e Basile c’è pure l’ipotesi di corruzione per atti contrati ai propri doveri. Caduta, almeno per il momento, l’ipotesi di associazione a delinquere, come deciso dalla giudice Marina Rizza in fase preliminare. Sul punto la procura ha però presentato ricorso davanti la corte di Cassazione.
Nella conta dei presenti mancheranno, salvo clamorosi colpi di scena, l’ateneo e il ministero dell’Istruzione, università e ricerca. Entrambi, inserite dalla procura come parti offese, in fase preliminare hanno deciso di non costituirsi come parti civili, suscitando non poche polemiche. Nella stessa inchiesta c’è un secondo troncone con 45 persone rinviate a giudizio dalla giudice Simona Ragazzi. Tra loro c’è l’ex rettore di Unict Tony Recca, l’ex sindaco di Catania Enzo Bianco, l’ex procuratore capo Vincenzo D’Agata e la figlia professoressa Maria Velia. La prima udienza di questo processo – ma i due tronconi potrebbero essere riuniti – è fissata a metà giugno all’interno delle aule bunker del carcere di Bicocca sempre davanti i giudici della terza sezione penale.
«Il processo è simbolicamente molto importante perché quell’inchiesta ha dato il via libera, con imputazioni simili, a tante altre sul sistema dei concorsi truccati un po’ ovunque, a Firenze, Milano, Perugia, Palermo, Reggio Calabria. Già il risultato dell’inchiesta è stato, a mio avviso, nelle interdizioni e dimissioni di alte cariche dell’ateneo con la misura cautelare , adesso la giustizia farà il suo corso», commenta a MeridioNews Giambattista Scirè, il ricercatore diventato il volto simbolo alla lotta di sistema contro le baronie negli atenei. Lo studioso nel 2011 aveva denunciato le modalità con cui era stato assegnato un posto da ricercatore di Storia contemporanea. Otto anni dopo i componenti della commissione vennero condannati per abuso d’ufficio ma, proprio ieri in uno strano intreccio di date, la sentenza di primo grado è stata ribaltata con la formula «perché il fatto non costituisce reato».
Decisiva, in quest’ultimo caso, l’importante modifica che ha subito il reato d’abuso d’ufficio nel 2020 con il decreto semplificazioni. Obiettivo quello di snellire il perimetro d’azione di amministratori e pubblici ufficiali per favorire la ripresa economica dopo la pandemia da Covid-19 e scongiurare il fenomeno della paura della firma. Dal luglio 2020 per i funzionari sono aumentate le tutele nell’ambito del potere discrezionale. «Questa modifica fatta dalla politica – conclude Scirè – ha portato, come in altri casi a Foggia, Macerata, Pescara, a sentenze come questa. Aspetto di leggere le motivazioni. Il fatto non costituisce reato è comunque formula diversa dal fatto non sussiste. Conseguentemente è fatta salva l’azione civile per il risarcimento complessivo del danno da me subito».
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