Tirèmm inànz? Tra le nebbie della storia risuona la celebre frase – che tradotta dal dialetto milanese significa andiamo avanti – attribuita al martire risorgimentale Serafino Riva di fronte al patibolo austro-ungarico. Un’espressione storica, scolpita nella memoria civile. Ma quando il medesimo motto viene rispolverato tra le luci rimaste accese fino all’alba a Palazzo d’Orléans, […]
Schifani resiste: mentre Forza Italia lo incalza, lui va avanti con l’agenda
Tirèmm inànz? Tra le nebbie della storia risuona la celebre frase – che tradotta dal dialetto milanese significa andiamo avanti – attribuita al martire risorgimentale Serafino Riva di fronte al patibolo austro-ungarico. Un’espressione storica, scolpita nella memoria civile. Ma quando il medesimo motto viene rispolverato tra le luci rimaste accese fino all’alba a Palazzo d’Orléans, la narrazione cambia drasticamente di segno: da epopea risorgimentale a puro e disperato arroccamento di potere. Renato Schifani ha deciso, forse, di non dimettersi. Sfidando la pressione incrociata dei vertici nazionali del suo stesso partito e le indicazioni sempre più fredde e perentorie che filtrano da Palazzo Chigi, il presidente della Regione Siciliana tira dritto, pronto a morire sulla poltrona pur di non cedere il passo. Questa mattina si è regolarmente presentato in tribunale per un convegno. Sul suo futuro però nessun risposta ufficiale ai cronisti.
Una notte di fuoco a Palazzo d’Orléans
L’indecisione tuttavia prosegue al culmine di una notte drammatica. Ieri sera la war-room di piazza Indipendenza è diventata il teatro di un vertice concitato tra il governatore, la sua squadra di fedelissimi e i deputati lealisti dell’Ars, convocati d’urgenza dopo che il commissario di Forza Italia Nino Minardo aveva spalancato la crisi chiedendo apertamente un segnale di generosità e cambiamento e mettendo un veto sul secondo mandato di Schifani. A pesare come un macigno sono gli echi giudiziari dell’inchiesta su Gaetano Armao, figura chiave per anni nell’entourage e negli uffici di palazzo d’Orléans, che ha sconvolto la politica isolana e convinto Roma che la misura fosse ormai colma.
Il pressing di Roma: lo scontro con Tajani e l’ultimatum di Meloni
Ma a far tremare i vetri della sede della Regione è stata soprattutto la telefonata ad altissima tensione intercorsa ieri sera tra Schifani e Antonio Tajani. Un colloquio dai toni ruvidi e concitati, con il segretario di Forza Italia a ribadire la necessità di aprire una pagina nuova e il governatore a rivendicare l’investitura ricevuta a suo tempo da Silvio Berlusconi, accusando il partito di ingratitudine e sfiducia. Parallelamente, dalle stanze della premier Giorgia Meloni il messaggio fatto pervenire al presidente è stato secco e privo di diplomazia: il centrodestra non intende farsi logorare dall’agonia di una giunta sotto l’assedio di inchieste ed emergenze, meglio staccare la spina subito che trascinare la crisi.
La sfida ai vertici nazionali e il no al foglio di via
Eppure, Schifani ha detto no. Disubbidisce all’asse Meloni-Tajani, rifiuta il foglio di via spedito dalla Capitale e sceglie la via della trincea. La retorica ufficiale spaccia la scelta per un atto di senso di responsabilità verso la Sicilia, per evitare il baratro del voto anticipato a dicembre e il blocco dei fondi per l’agricoltura o il caro-carburante. La realtà raccontata dai corridoi della politica, tuttavia, ha un sapore ben diverso: è una prova di forza per costringere gli alleati a un logorante corpo a corpo, scommettendo sul fatto che nessuno a Roma avrà il coraggio di staccare la spina e provocare il collasso della maggioranza all’Ars.
La provocazione: Liberi di scegliere e finta di nulla al tribunale
A dimostrazione di questo ostinato disprezzo per i messaggi romani, nella mattinata di oggi Schifani ha scelto la strada del sarcasmo istituzionale: ha fatto finta di nulla. Nessun accenno alla bufera politica, nessuna conferenza stampa chiarificatrice. Il governatore si è presentato regolarmente ad un convegno al tribunale di Palermo, sfoggiando un profilo d’ordinanza impermeabile alle polemiche. E per fugare ogni dubbio sulla propria volontà di resistere, ha fatto firmare ed emettere un comunicato stampa ufficiale relativo al progetto Liberi di scegliere. Un titolo che suona quasi come un velato messaggio subliminale lanciato ai vertici nazionali del centrodestra: io sono libero di scegliere e scelgo di restare. Il suo tiremm inanz rivendicato non a parole, ma con un’agenda pubblica ostentata come un guanto di sfida.
L’ombra della paralisi istituzionale
Si apre così una fase di guerriglia politica permanente. Far finta di nulla di fronte alle audizioni già fissate in commissione regionale Antimafia e alla perdita di agibilità politica significa condannare l’isola a uno stallo drammatico. Come pensa Schifani di far approvare le riforme necessarie in un Parlamento regionale dove persino i partiti della sua coalizione lo considerano ormai un sovrano dimissionario e sfiduciato de facto?
Disubbidire ai diktat di Roma richiederebbe un consenso di ferro e una solida visione di governo. Quando questi elementi mancano, il tiremm inanz cessa di essere dignità per diventare l’ostinata difesa del proprio scranno. Ignorare i moniti della premier e del suo stesso partito non farà scomparire i problemi della Sicilia. Più semplicemente, trasformerà i restanti mesi di governo in un lungo mercanteggiamento, con un governatore arroccato nel suo palazzo e un’intera regione presa in ostaggio dal grande scontro tra Palermo e Roma. Ad ogni costo.