Romano Luperini, la politica e il tema del razzismo «È il momento più brutto che io abbia mai visto»

«Francamente mi sorprende. Ormai tutti scrivono testi scolastici». Romano Luperini, critico letterario senza bisogno di presentazioni e autore di uno dei manuali più popolari nella scuola italiana, non capisce perché una grossa fetta di Catania stia vivendo la sua presenza in città come un evento. E si stupisce per il successo di pubblico registrato alla sua prima lezione del corso in Didattica della letteratura, che si è tenuta lo scorso 15 ottobre al Monastero dei Benedettini. È di nuovo in cattedra, dopo sei anni di pausa dall’insegnamento universitario, attività che ha svolto prevalentemente nell’ateneo di Siena. Ed è di nuovo a Sud, più vicino a Lecce, dove all’inizio degli anni Ottanta è iniziata la sua carriera da ordinario.

In questi sei anni, però, il mondo accademico non gli è mancato affatto, se non per il rapporto con i giovani. «I pochi intellettuali rimasti sono nella scuola, e sono dei traghettatori di contrabbando», ha detto discutendo della generale svalutazione dei valori dell’umanesimo, e della conseguente crisi delle funzioni di docenti e intellettuali, questioni trainanti delle sue prime lezioni. Di letteratura e di scuola Luperini continuerà a parlare all’università di Catania fino a dicembre. Con MeridioNews ha chiacchierato anche d’altro, pronunciandosi più direttamente sulla situazione politica italiana.

Lei ha partecipato a numerose manifestazioni dichiaratamente antifasciste. Come vede la politica in questo momento storico? Cosa ne pensa di questi attacchi ai migranti, ai rom, alla stampa, e perfino ai negozi etnici… Da che parte siamo andando, secondo lei?
«È la situazione più brutta che io abbia mai visto in vita mia, di gran lunga peggiore dell’era di Craxi o di Berlusconi. C’è un’egemonia che fa paura. E va certamente studiato come è stata conquistata: senza televisione, solo attraverso i social. Fa paura. Un solo esempio: quando Salvini parla al pubblico di «palestrati che vengono in crociera», e il pubblico ride… Ecco, questa è un’ironia “molto umana, troppo umana”. Salvini sa bene che quello che dice non è vero. E lo sanno benissimo anche quelli che ridono. Questa non-verità diventa la verità, e qui sta la tragedia di questi giorni. Primo Levi ha spiegato come nasce il razzismo. In ogni persona, secondo lui, c’è un germe di razzismo. Ma il razzismo non diventa razzismo finché non incontra un’ideologia o un gruppo sociale che lo fa suo. Allora diventa razzismo. L’istinto razzista è in ogni uomo. L’uomo non è per nulla buono, la natura non è per nulla buona. Lo sapeva bene Leopardi, e lo sapeva benissimo il tanto misconosciuto Manzoni. Anche la chiesa conosce perfettamente la malignità che è in ognuno di noi, altrimenti non esisterebbero il battesimo e la necessità di togliere il peccato originale. Quando queste inclinazioni personali incontrano un’ideologia e una legittimazione di massa, questo è razzismo aperto. E pericoloso».

Ci risulta che Romano Luperini abbia aderito all’appello di Potere al popolo. Perché? E quali sono le istanze che la sinistra, oggi, dovrebbe portare avanti, a suo avviso? 
«Ho aderito con moltissimi dubbi, che confermo. Potere al popolo rivela degli atteggiamenti da un lato vecchi, che riecheggiano posizioni della Terza internazionale, e dall’altro lato ingenui. “Potere al popolo” è già una maniera molto ingenua di presentarsi. Nonostante questi limiti, che mi sembrano notevoli, mi sono lasciato convincere dalla proposta di Emanuele Zinato, uno dei miei allievi storici, ma anche uno dei miei più cari amici: lui e i suoi allievi dell’università di Padova sono, al contrario, dei convinti sostenitori di Potere al popolo. Alla fine mi è sembrato un modo per non sprecare il voto. Certamente non avrei potuto votare quelli che poi hanno vinto, ma nemmeno le maschere del passato di Liberi e uguali. La dirigente di Potere al popolo, invece, mi pare si esprima con un linguaggio convincente, privo di retorica.

Le parole Nord e Sud sembrano evaporate dalla discussione politica. Eppure, i numeri continuano a denunciare una disparità. Lei crede che essere giovani a Siena sia come essere giovani a Catania? O vede qualche divario?
«Io vedo disparità fra l’Italia e l’Africa, disparità che credo contino un po’ di più. Il problema è che esiste sempre “un Sud” svantaggiato rispetto al “Nord”. Anche a Siena, comunque, tutti i giovani migrano. Tutti i miei allievi degli ultimi quindici anni sono emigrati. Non ce n’è più uno in Italia, una è finita cinque anni a insegnare in Corea. Non c’è lavoro».

Quindi l’Italia è diventata tutta Sud?
«L’Italia è sempre stata il Sud dell’Europa».

I numeri, però, ci dicono anche che la scuola italiana è meridionale. Che la più grossa fetta di docenti del nostro sistema scolastico viene dal Sud. Forse possiamo racchiudere il Sud nella formula “meno lavoro, più scuola”?
«È verissimo. Direi meno lavoro e più umanesimo. L’umanesimo è in crisi in tutta Italia meno che al Sud. Il mito dell’umanesimo nel Sud è molto più forte che nel Centro-Nord».

E perché, secondo lei?
«Perché il Sud è “arretrato”. Arretrato secondo i canoni del “progresso”, a cui non credo».

Il suo è un corso in «Didattica della letteratura», non in Didattica della letteratura «italiana». «Italiano» è diventato un aggettivo pericoloso?
«La denominazione del corso non è opera mia, ma non direi che italiano sia una parola pericolosa. In pieno fascismo, del resto, la vituperatissima riforma Gentile faceva una lista di autori stranieri irrinunciabili per un liceale. Anche nei miei libri io mi sono sempre occupato di insegnare la letteratura, perché sono convinto che bisognerebbe farlo anche su testi stranieri. Non vedo perché gli alunni della scuola italiana dovrebbero studiare Renato Fucini e ignorare William Shakespeare».

Più autori stranieri, quindi. E forse anche più donne? Alla fine della sua prima lezione lei ha tirato in ballo il femminismo. Ha detto che bisognerebbe fare proprio il ragionamento di Malcolm X sul black power, e cioè puntare a scardinare il canone maschile, piuttosto che cercarci spazio dentro. Le sembra una soluzione davvero praticabile? E quali sono gli errori a cui il femminismo va incontro, a suo avviso?
«
Si può cominciare dall’errore delle quote rosa. Non è pretendendo quote rosa che si scardinerà il sistema. Le quote rosa sono comunque una concessione dei maschi. Avere un certo numero di donne che siedono allo stesso tavolo non risolve nulla, bisognerebbe rovesciare il tavolo».

Una contestazione che certamente le verrà fatta sarà: «Ecco, un altro maschio che spiega il femminismo alle femministe».
«Un uomo può discutere di tutto quello che vuole. Non vedo perché ci debbano essere argomenti tabù. Certo, so bene che ogni punto di vista è parziale, e che il punto di vista maschile è molto parziale, ma è un punto di vista. Le donne devono abituarcisi. Non possono semplicemente aborrirlo. Non è la lotta di classe, dove una classe dev’essere spazzata via dall’altra. Il genere umano è fatto di maschi e di femmine e, se vuole vivere, deve vivere attraverso un qualche accordo».

Una delle questioni più preoccupanti, segnalate da lei (e da sociologi come Bauman), è quel mutamento per cui, nella società dell’utile, è il mercato a selezionare l’eredità culturale, a stabilire cosa vada studiato a scuola e come. Se Romano Luperini insegnasse a scuola, cosa risponderebbe al ragazzino che chiede «a cosa serve?», all’alunno che le domanda perché mai dovrebbe scervellarsi su una terzina e studiare Dante, se quello che gli farà portare il pane a casa non sarà mai La Divina Commedia?
«Risponderei “Perché non serve a niente. L’amore per la propria madre serve forse a qualcosa?”». 

Barbara Distefano

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