«Pure noi vorremmo capire qual è stato il metodo di selezione dell’azienda, visto che ci sono anche io tra gli imputati». Quasi sorride Francesco Foti – oggi componente della segreteria provinciale della Fiom Cgil – che insieme a 40 lavoratori di Fincantieri Palermo sta affrontando un processo per lo sciopero di 11 giorni che si svolse nel capoluogo siciliano a partire dall’11 luglio 2011. All’epoca dei fatti Foti era un dipendente dell’azienda di cantieristica navale. E protestava, come tanti, contro il mancato arrivo a Palermo della commessa da 70 milioni per la riparazione della nave Costa Romantica, affidata all’improvviso al cantiere Mariotti di Genova. L’azienda comunicò che nel capoluogo siciliano sarebbe iniziata la cassa integrazione a zero ore. E nell’indotto erano pronti licenziamenti a raffica. Dopo i primi tre giorni di sciopero, l’assemblea si trasformò in occupazione della fabbrica. I presidi, le manifestazioni e il picchettaggio continuarono fino a quando l’azienda comunicò alle Rsu l’arrivo di una commessa, la trasformazione della nave Acqua Marina, che avrebbe dato lavoro allo stabilimento palermitano e all’indotto per 18 mesi.
All’ultima udienza sono stati in 12 a testimoniare. L’azienda accusa i 40 operai di reati anche gravi come danneggiamento aggravato e violenza personale. «Cercheremo di dimostrare nel processo che quello in realtà fu uno sciopero partecipatissimo» dice l’avvocato del sindacato Fabio Lanfranca, che segue il processo dal 2014. «La tesi difensiva è che nei confronti di alcuni determinati soggetti da parte del datore di lavoro ci fu una scelta non legata alla verità fattuale ma ad altro. Questo è il dato che proveremo a dimostrare, attraverso numerose testimonianze che abbiamo portato e continueremo a portare in aula».
Vicende lontane nel tempo che però, visti anche i tempi del sistema giudiziario italiano, si ripercuotono ancora adesso, a distanza di oltre sette anni da quegli eventi. «Fu uno sciopero molto impegnativo, sia in termini economici che fisici, passavamo anche le notti in fabbrica a scioperare – dichiara Foti – Di fatto era iniziato lo smantellamento dello stabilimento. Abbiamo lottato in maniera civile, con gli strumenti previsti dal nostro ordinamento, con i sit in e lo sciopero, e c’è costato soldi, vita e fatica. Oggi ci ritroviamo sul banco degli imputati. Solo noi della Fiom: perché? Presi di mira, per avere chiesto lavoro, occupazione e sviluppo. Difendevamo il posto di lavoro e la sopravvivenza della più grande industria di Palermo».
Nei giorni scorsi Foti e gli altri lavoratori si sono ritrovati a spiegare, alla giudice Sabrina Argiolas, la propria versione dei fatti. Lo hanno fatto presentandosi con la tuta da lavoro. La loro deposizione ha seguito quella dei vigilanti dell’azienda e dell’ex direttore. A suscitare perplessità è il fatto che a essere denunciati furono soltanto 40 operai, su un totale di 560 dipendenti e di mille lavoratori dell’indotto, che avevano partecipato allo sciopero unitario di Fiom, Fim e Uilm. Dei 40 lavoratori imputati, 38 sono iscritti alla Fiom (uno è deceduto). «Quasi tutti erano Rsu e figure di spicco a livello sindacale – commenta il legale – e molti di loro non erano neanche presenti nei giorni degli episodi contestati».
Anche la Chiesa, con l’allora vescovo Paolo Romeo, scese in campo per difendere il lavoro e l’occupazione e una fiaccolata attraversò le strade di Palermo con l’adesione di migliaia di cittadini, lavoratori e con le istituzioni. Subito dopo, però, arrivarono le denunce di Fincantieri. Che rischiano di lasciare soli, nelle conseguenze giudiziarie, gli operai che hanno combattuto per il proprio posto di lavoro. Proprio mentre si discute della possibilità che sia proprio la sede del capoluogo siciliano a realizzare parte della ricostruzione del ponte Morandi a Genova, col governo Lega-5stelle che spinge affinché sia proprio l’azienda a partecipazione statale a realizzare l’opera.
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