Magnifici candidati / Antonio Licata: “Trasparenza e confronto, ecco i miei punti”

Cinque candidati per una poltrona: quella di Magnifico Rettore. Iniziamo da Antonio Licata, ordinario di chirurgia presso la facoltà di Medicina di Catania, che ha accettato con sollecitudine di rispondere alle nostre domande. Il “trampolino di lancio” per la candidatura del professor Licata al vertice dell’ateneo è stata la sua affermazione, meno di un anno fa, come primo degli eletti nel Consiglio di Amministrazione tra i rappresentanti dei direttori di Dipartimento con 482 voti (contro le 371 preferenze ricevute dalla sua collega di facoltà ed attuale pro rettore professoressa Maria Luisa Carnazza). Partendo da questa premessa “quantitativa”, l’incontro col candidato – una chiacchierata nel suo studio al Policlinico, senza scrivanie di mezzo: docente e studente-giornalista in due poltrone una di fronte all’altra – inizia proprio dall’incognita numero uno di queste elezioni.


Professor Licata, la facoltà di Medicina, col suo altissimo numero di docenti, sembra tenere le chiavi della ‘governance’ dell’intero ateneo. Pensa che la sua facoltà di appartenenza la sosterrà? E, se è divisa, su cosa si sta dividendo?
Con molta franchezza: non ho il polso di chi mi sosterrà e di chi no; né nella mia facoltà, né nelle altre. Semplicemente perchè sto presentando la mia candidatura e chi riterrà di volermi dare la sua fiducia, me la dia. Riguardo al fatto che una facoltà piuttosto che un’altra possa essere divisa, si tratta di logiche molto transitorie, funzionali alla vita di una facoltà. E’ chiaro che m’importa! Ma l’università nel suo insieme non è un soggetto statico e una grande facoltà come la mia ha interessi culturali, scientifici e didattici così variegati che è impensabile credere che ci possa essere unità.

Tutti i candidati respingono ogni illazione sul fatto che l’elezione del rettore possano essere influenzata da logiche di schieramento politico. Non le chiediamo dunque quale sia la sua appartenenza. Può dirci tuttavia il suo parere sulle ingerenze della politica di partito all’interno dell’ateneo?
Le ingerenze partitiche sicuramente non sono un fatto positivo e credo che nessuno possa valutarle tali. Il discorso è che poi ci si dovrà pur confrontare con la politica. Ma l’ingerenza a priori, in un mondo culturale a sé stante come l’università, va respinta. Comunque non ho assolutamente nessuna remora a dire qual è la mia “corrente”: è l’università, lo è sempre stata. Vede, ho i capelli bianchi. Chi mi conosce sa che ho sempre vissuto dentro l’università e per l’università.

Il suo programma sottolinea l’importanza della trasparenza e della condivisione delle scelte, con l’aiuto di tutti i soggetti operanti all’interno dell’Ateneo: ricercatori, personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, organizzati per gruppi di progetti e ‘con l’obiettivo di condivisione delle analisi, delle soluzioni proposte, della responsabilità’. Come dovrebbe coordinarsi una macchina così complessa, senza allungare i tempi decisionali?
A mio parere è indispensabile una condivisione a 360 gradi, perché solo il confronto può far crescere l’istituzione. Sicuramente non lo scontro o lo sterile autoritarismo di qualcuno. Dal confronto nascono le belle idee, ma anche il rispetto e lo sviluppo. E poi, indipendentemente da quale sia la facoltà d’appartenenza del Rettore, le realtà di ciascuna facoltà le conoscono solo i dipartimenti e i docenti delle stesse. E’ chiaro che ciò porta ad una complessità di gestione, ma è una necessità per soddisfare i bisogni. Perciò occorre selezionare in ogni facoltà dei punti di riferimento, magari tenendo conto delle varie fasce: ordinari, associati, ricercatori, dottorandi, studenti; tutte componenti che devono raggiungere un grande affiatamento, senza dubbio.

Perché lo ritiene un punto importante? Non c’è stata abbastanza trasparenza e condivisione?
Il fatto stesso che io parli di metodo del confronto, di pieno riconoscimento delle varie strutture e della necessità di riportare nel giusto alveo il ruolo delle facoltà fa capire che nel programma del governo uscente non ho visto un’adeguata attenzione a questo problema.

Quali sono stati i punti di forza del governo del prof. Recca e quali i punti di debolezza?

Non riesco a vedere punti di forza. E di certo non è stato enfatizzato il ruolo delle varie facoltà. Si è puntato sul ruolo di determinati gruppi. Le facoltà e i corsi di studio purtroppo non sono stati valorizzati per quello che è il loro potenziale.

I ricercatori precari dell’Ateneo di Catania si sono organizzati in un comitato e hanno chiesto una rappresentanza. Come pensa di porsi nei confronti di queste figure?
Secondo me il precariato non dovrebbe esistere. Dovrebbe esserci un momento di valutazione a tempo nell’ambito della ricerca, dopo di che bisogna dare la possibilità di scelta al giovane. Purtroppo però quella del precario è una figura che stiamo istituzionalizzando, mi auguro involontariamente. E’ normale che debbano avere una rappresentanza, anche perchè spesso i ricercatori hanno delle esigenze che non arriviamo a cogliere. Vivo in una realtà ospedaliera con persone con 12 anni di precariato: è inaccettabile. Questa è una delle primissime cose su cui vorrei confrontarmi, è un aspetto a cui bisogna trovare subito una soluzione basata sul riconoscimento di quello che è stato l’impegno e il sacrificio di questi giovani. Altrimenti ci troviamo a formare delle persone in gamba, impegniamo risorse e invece del rientro e della resa di questi investimenti – scusatemi il linguaggio volgare – lasciamo che ne godano altri, con spesa zero e guadagno netto elevatissimo.

Restando nell’ambito amministrativo, nel suo programma lei propone la compilazione del Bilancio Sociale, un documento contabile che predilige la descrizione delle risorse e l’utilizzo che ne è stato fatto. Perché?
Il bilancio deve essere chiarissimo: motivato e tenuto costantemente presente. E’ assurdo che oggi assegniamo una cifra per una data opera e domani mattina, senza spiegare per quale ragione, la cancelliamo e facciamo un’altra cosa, in base ad esigenze tutte da dimostrare. Il bilancio sociale porta ad una grandissima trasparenza. Senza chiarezza e senza memoria storica delle scelte di bilancio, ci si trova costantemente a ridiscutere di cifre già impegnate per alcune realizzazioni, magari poi non finanziate per vari motivi, e l’obiettivo di quelle cifre è completamente stravolto. In un momento particolarmente difficile per quanto riguarda i fondi non è possibile camminare a zig-zag.

A proposito di fondi, come pensa che si possano affrontare i tagli prospettati dalla riforma Gelmini? Quali sono le maniere per mantenere “virtuoso” l’Ateneo catanese?
Mantenere virtuoso l’ateneo dipenderà da tutti noi. Vediamo intanto cosa nasce dalla decisione del Governo per i finanziamenti del 2010. In un mio intervento al Consiglio di Amministrazione avevo già detto che mi sembrava corretto, come proponeva il Rettore, vedere dove potevano essere fatti questi tagli, ma solo come ipotesi di lavoro. Nel caso in cui il Governo ci ripensasse all’ultimo minuto, dovrebbero rimanere ipotesi che ci teniamo per noi. Altrimenti potremmo trovarci nella situazione paradossale in cui, facendo i “virtuosissimi”, presentiamo un piano di rientro draconiano e il ministero ci dice “lo vedi che non ne avevi bisogno di fondi?”, rischiando di subire restrizioni basate sull’eccesso di zelo.

Nel suo programma lei cita l’ammodernamento e il potenziamento delle strutture didattiche. Inutile nascondere che il nostro Ateneo vive un momento particolare, in cui studenti e personale chiedono innanzitutto un’attenta verifica e uno sforzo di prevenzione. C’è urgenza di indagare sulla sicurezza delle infrastrutture universitarie, o quello di Farmacia è da considerarsi un caso isolato? Inoltre, dopo il terremoto in Abruzzo, dovrebbe esserci maggiore sensibilità per la prevenzione del rischio sismico e la messa in sicurezza degli edifici…
Per Farmacia c’è un’inchiesta in corso. E per le strutture più moderne dovrebbero essere tutte antisismiche. Per quanto riguarda gli edifici storici l’aspetto della sicurezza dovrà essere riconsiderato dagli organi competenti con cui l’ateneo collabora: dovranno essere loro a verificarla. Tornando all’edificio 2 della Cittadella, aspettiamo di conoscere le risultanze dell’inchiesta. E’ chiaro che, se dovesse esserci un punto interrogativo su Farmacia o un accertamento non favorevole della struttura, occorrerebbe effettuare un’attenta verifica di quello che c’è anche altrove.

Facoltà scientifiche e facoltà umanistiche sembrano due mondi destinati a non incontrarsi mai. A volte si ha la sensazione che l’area umanistica sia considerata un peso a cui riservare limitati gesti di solidarietà. Le facoltà umanistiche potranno mai aspirare al giusto riconoscimento del loro ruolo da parte dell’area scientifica e medico-sanitaria?
Le facoltà umanistiche sono piene di docenti vulcanici, oltre che di progetti e programmi. Vedo piuttosto un loro riaffacciarsi da protagoniste, non da semplici comparse; in un contesto territoriale e regionale che dovrebbe assegnargli un ruolo primario. Abbiamo un bagaglio culturale e storico che andrebbe rivalutato, semmai fosse stato valorizzato in precedenza, cosa su cui ho i miei dubbi. Inoltre abbiamo in quest’ambito facoltà di spicco, con punte di eccellenza a livello nazionale ed anche internazionale. Penso ad esempio ai collegamenti europei della nostra facoltà di Lettere e alla tradizione di Giurisprudenza con studiosi di grande valore.

E’ innegabile che gran parte degli studenti si sentono sempre più lontani da una partecipazione attiva alla vita politica e decisionale dell’Ateneo. Cosa c’è che non va?
Io la chiamerei demotivazione, perchè noi docenti non siamo stati capaci di interessarli. Ho sempre creduto che l’unica molla che possa tenere desta l’attenzione degli studenti è farli partecipare alla vita quotidiana della docenza e della formazione. I ragazzi vedono eccessivamente lontana l’applicazione pratica dello studio e perdono fiducia in loro stessi.L’obiettivo più importante mi sembra quindi una maggiore integrazione tra docenti e studenti.

A proposito di coinvolgimento degli studenti, che ne pensa dei media universitari?
L’informazione è cultura. I media sono l’espressione del libero pensiero. Ricordo che negli anni Sessanta cercavamo di fare il giornalino nel liceo e c’erano mille difficoltà, perché era difficile interagire con i docenti. Oggi per fortuna è diverso, o forse sono io ad avere una visione idilliaca. Ma l’università ha bisogno di avere un sistema d’informazione dei giovani. L’importante è mantenere una certa obiettività: bisogna fare giornalismo, non scandalismo. Comunque si tratta di esperienze importanti che vanno appoggiate, a maggior ragione quando hanno dentro di sé una logica.

Lo studente perfetto è…
… rispettoso di sé stesso. Ho sempre sostenuto che ogni mattina, noi maschietti facendoci la barba e voi femminucce rifacendovi il trucco, ci dobbiamo guardare allo specchio. E il rispetto di noi stessi implica tantissime cose.

Leggi il programma del professore Licata

Claudia Campese

Giornalista Professionista dal 2011.

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