Cinisi, dove il carnevale non è solo tradizione «Occasione per discutere con satira e ironia»

«Friscia ‘u megghiu prufissuri». Fuori dall’istituto comprensivo Giovanni Meli di Cinisi, su un pezzo di intonaco, forse si riesce ancora a leggere quella che è una vera e propria dedica d’amore e di stima per un insegnate da parte dei suoi studenti. Una cosa che non si vede proprio tutti i giorni. Ma lui, il professore Antonio Friscia, docente di arte e immagine scomparso qualche anno fa, ai suoi studenti ha lasciato molto più di qualche nozione scolastica. A loro e al paese intero ha donato quella che nel tempo è diventata una vera e propria tradizione: la sfilata dei carri in occasione del carnevale. E quello del 2018 è appena all’inizio, partito ieri sera lungo il corso principale, fino alla piazza – dove la gente si è scatenata sulle note degli Sugarfree – e proseguirà sino a martedì. Friscia non era di Cinisi, ma di Sciacca. Eppure per lui il paese non ha mai rappresentato solo un luogo di lavoro.

A quei ragazzi, che negli anni ’90 avevano tra gli undici e i tredici anni e che oggi portano avanti la sua storia e i suoi insegnamenti trasmettendoli alle nuove generazioni, ha fornito delle vere e proprie competenze. Prima del docente questo carnevale a Cinisi nemmeno esisteva. E con la sua scomparsa, per qualche anno carri e sfilate sono spariti insieme al suo ideatore. «Dopo la sua morte questa tradizione è rimasta come sospesa, si era perso l’interesse e i finanziamenti scarseggiavano o non c’erano proprio», racconta Cristina Cucinella di Casa Memoria, ex alunna di Friscia. «Tutto è ricominciato da quattro anni: la tradizione è stata ripresa dai trentenni, che hanno fatto proprie le nozioni imparate e che le hanno messe in gioco per fare conoscere il territorio e per dare spazio alla propria voce. Insomma, non è un semplice carnevale quello di Cinisi. E Friscia ha lasciato tanto in tanti di noi. Non era solo un professore di artistica».

Competenze coltivate negli anni e divenute sempre più solide, per alcuni anche un mestiere. E all’interno dei gruppi di carristi ognuno ha un ruolo preciso: c’è chi salda la struttura in ferro, chi dipinge, chi prepara i bozzetti, chi si occupa della parte elettronica per fare muovere le maschere giganti. A sfilare quest’anno sono quattro carri. E tra quelli che più di tutti attirano l’attenzione c’è quello degli Abusivi, che ha deciso di rappresentare il presidente Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, intenti a fare sfoggio ognuno del proprio pulsante nucleare. Un gruppo nato circa tredici anni fa e composto da 35 ragazzi, tra cui dieci storici ed ex alunni di Friscia e una restante parte di giovani leve che si sono appassionate fino a decidere di entrare nel team e mettersi alla prova.

«Per noi storici è molto bello e stimolante lavorare con le nuove generazioni, si crea in qualche modo uno scambio, non è un semplice tramandare e insegnare le competenze apprese dal professore Friscia, è anche un ricevere da loro, attraverso l’entusiasmo soprattutto che ci mettono», racconta Paola Bommarito, anche lei tra gli ex alunni e membro degli Abusivi. «È giusto che ci sia questo tipo di scambio, di condivisione. Solo così la tradizione potrà continuare ad andare avanti». Al tema, scelto tutti insieme già la scorsa estate sulla base degli argomenti di maggiore presa del momento, viene sviluppato per moltissimo tempo. Il lavoro inizia addirittura a novembre e ci si ispira ai più famosi carnevali, come quello di Viareggio. «Recuperiamo il significato originario del carnevale, che è un’occasione per discutere con ironia, non solo leggerezza, di temi e argomenti che in fondo poi così lontani da noi e dalle nostre vite non sono. Facciamo satira», continua Paola.

E tra i diversi gruppi di carristi ci si aiuta a vicenda. A prendere il loro tempo, e per mesi interi non solo per un paio di sere, è il lavoro di realizzazione, che è davvero lunghissimo e laborioso: «Solo per realizzare una lettera del nome del gruppo che lavora al carro impieghiamo anche un intero pomeriggio. Si inizia realizzando la struttura in ferro, poi si va di carta e colla, strato su strato, e poi i dettagli, la cura per le somiglianze – spiega ancora Paola -. È un modo di comunicazione sottile e scherzosa, ma è chiaro che i contenuti non devono mancare. Insomma, è soprattutto un grandissimo momento di aggregazione sociale».

Silvia Buffa

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