Una sera con i Diane and the shell

Una bottiglia di Barnetti, economica imitazione del Martini, e trascorriamo la serata allegramente, in compagnia dei Diane and the Shell, band catanese, discutendo di musica, della loro musica e di Catania, culla di geniali individualità sonore. Hanno all’attivo un album, “The red Ep”, pubblicato nel Febbraio del 2004 e già stanno lavorando per il prossimo che potrebbe chiamarsi “Firefly in the pine”. Alessandro Munzone (batteria), Giuseppe Schillaci (basso), Luca Siracusa (chitarra) e Manuel Venezia (chitarra/piano), il 9 Luglio prossimo suoneranno al Monastero dei Bendettini nell’ambito della manifestazione “Fuori corso”.

 

Ragazzi, secondo voi, in passato sono esistiti i presupposti per paragonare Catania a Seattle?

Giuseppe: Negli anni ’90 negli Stati Uniti la produzione maggiore di rock effettivamente avvenne a Seattle. Tra le città americane fu quella che raggiunse maggiormente i mezzi di comunicazione per diffondere la propria produzione musicale. Basti pensare cosa rappresentò il grunge per il rock. Il paragone sembra un po’ sproporzionato, ma Catania probabilmente in quel momento era la città che in Italia rispecchiava maggiormente il fermento musicale di Seattle.

Luca: …..e se non fosse mai esistito un movimento musicale tale da giustificare questo paragone!? Magari è stato semplicemente un fenomeno mediatico per pubblicizzare qualche artista tipo Mario Venuti o Carmen Consoli.

Giuseppe: In quel periodo noi eravamo troppo giovani per avvertire pienamente cosa accadeva in città.

Alessandro: Bene o male, però si sentiva che qualcosa stava accadendo. Secondo me a Catania c’è stata la scintilla senza una vera e propria esplosione del fenomeno musicale.

Luca: Ci sono state tante belle idee, rimaste però sottoterra.

 

In questi anni è cambiato qualcosa?

Giuseppe: Il problema è che oggi intorno al fenomeno musicale c’è meno interesse da parte del pubblico. Secondo me a Catania non è diminuita la gente che suona, è diminuita la gente che va ai concerti.

Alessandro: Forse sono cambiati i gusti musicali

Giuseppe: A metà degli anni novanta da un punto di vista mediatico il rock imperversava su MTV e sui canali musicali, poi si è perso l’interesse ed è subentrata la musica latino americana che ha soppiantato l’interesse per il rock.

 

Cosa bisogna fare per far esplodere la scena musicale catanese? Catania come Seattle?

Alessandro: Occorre qualcuno che abbia gusto musicale e disponibilità economica

Manuel: Occorre investire in maniera massiccia nella cultura e coltivarne la passione

 

Chi sono i Diane and the Shell?

Giuseppe: Abbiamo iniziato a 15 anni, nel 1996, facendo cover dei Nirvana. Quando abbiamo iniziato eravamo tre giovani che non sapevano come passare le giornate nel paesino dell’hinterland dove siamo cresciuti (Acicatena). Anziché trascorrere la nostra giovinezza bighellonando abbiamo deciso di formare una band. La cosa poco a poco ci è piaciuta, diventando sempre più seria.

Luca: Il nostro esordio avvenne rovinando la festa di 18 anni di una nostra amica. Gli invitati, persone piuttosto anziane, volevano che suonassimo cose, tipo mazurca o tango; noi invece abbiamo suonato tutta la serata cover dei Nirvana. Ci volevamo sentire dannati e gli invitati dal canto loro, ci hanno emarginati.

Giuseppe: Con il passare del tempo abbiamo cominciato a suonare pezzi nostri. A causa di un litigio però, per due anni abbiamo smesso di suonare.

Luca: Un altro aspetto importante è stata l’acquisizione di una sala tutta nostra nel marzo del 2002, dove realmente abbiamo iniziato a suonare seriamente. Con il materiale che ne è uscito abbiamo registrato nell’Agosto del 2003, per un’etichetta indipendente, la EdWood Records, il nostro primo album: “The red Ep”.

Alessandro: Infine, è recentissimo l’inserimento del quarto elemento, Manuel, che ci ha permesso di spaziare in ambiti, per i quali prima eravamo limitati.

 

Che immagine avete del vostro album? Cosa volete che percepisca chi ascolta l’album?

Luca: “The red Ep” è stato unanimemente etichettato dalla stampa alternativa come un disco invernale con atmosfere fredde, quasi scandinave.

Giuseppe: Effettivamente il primo disco presenta sonorità molto essenziali.

Luca: In “The red Ep” abbiamo registrato pezzi che avevamo collezionato nel tempo; è una raccolta della nostra produzione di questi anni e frutto di parecchia improvvisazione. Il nuovo album a cui stiamo lavorando, invece, sarà più d’atmosfera, in cui ogni pezzo seguirà un unico filo conduttore.

Giuseppe: Sarà un disco meno essenziale e più intimo.

 

Qual è il vostro genere?

Giuseppe: “The red Ep” è stato classificato dalla stampa come residuo di post rock anni ’90, ispirato all’underground americano. Fondamentalmente ci sentiamo indipendenti da qualsiasi etichettatura e classificazione. In realtà il nostro modo di fare musica è frutto di una commistione di generi apparentemente completamente diversi tra loro.


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