«Una volta che ti conoscono sanno chi sei. Non c’è nemmeno bisogno che minacci, lo sanno che se ti devono dare 10 euro te li devono dare». Attentati e intimidazioni nei cantieri sembrano un ricordo. La cosiddetta messa a posto, ossia il pagamento di un’estorsione, pare sia ormai diventata qualcosa da accettare senza troppi giri […]
Le estorsioni ai cantieri, dalla Ragusa-Catania all’Adrano-Bronte: «Sanno che devono pagare»
«Una volta che ti conoscono sanno chi sei. Non c’è nemmeno bisogno che minacci, lo sanno che se ti devono dare 10 euro te li devono dare». Attentati e intimidazioni nei cantieri sembrano un ricordo. La cosiddetta messa a posto, ossia il pagamento di un’estorsione, pare sia ormai diventata qualcosa da accettare senza troppi giri di parole. Una vera e propria resa imprenditoriale che emerge con forza nelle carte dell’inchiesta antimafia Santuzzi sul clan Nardo di Lentini, storico alleato della famiglia di Cosa nostra dei Santapaola e attivo tra la provincia di Siracusa e quella di Catania. Affari legati ad armi, droga ed estorsioni. In particolare, in alcune opere considerate strategiche per la viabilità nell’Isola: la Ragusa-Catania e la Adrano-Bronte.
Le intercettazione e il tramite della ditta amica
Gli inquirenti hanno ricostruito questa storia partendo da alcune intercettazioni. Dialoghi, i primi, risalenti a fine dicembre 2021, in cui Massimiliano Rizzo, del clan Nardo, parlava della messa a posto di due aziende impegnate sulla Ragusa-Catania. Da un lato, una ditta «amica» di Maniace, specializzata nel movimento terra e nel noleggio di mezzi, indicata come vicina al boss di Bronte Salvatore Turi Catania; dall’altro, una società di Caserta, la Gimac, che sarebbe dovuta intervenire nell’appalto per un servizio di bonifica di residuati bellici. «Questo di qua di Maniace – diceva Rizzo – quando lui già comincia a venire qua, che già sta mettendo i picchetti, prima che comincia a spianare tu mi fai un appuntamento con lui e così ci parliamo direttamente. Senza fare avanti e indietro». Il tutto considerando il fatto che il titolare dell’impresa fosse «amico di un amico mio, di Turi. “Stai facendo questo, va bene il lavoro è così e viene così”», diceva Rizzo. Per gli inquirenti, l’azienda in provincia di Catania, oltre a pagare, ma con un occhio di riguardo in virtù del rapporto di amicizia, avrebbe fatto da tramite con la ditta campana. Emerge in questo contesto il presunto ruolo di Antonino Pilleri Calanni, finito indagato nel blitz e cognato del titolare della ditta di Maniace.
I soldi per i «carusi che hanno bisogno»
L’uomo che parla con Rizzo nel 2021 sembra conoscere bene gli affari di queste due aziende, tanto da citare il loro impegno anche nei cantieri della nuova statale Adrano-Bronte. Un appalto terminato di recente ma che non rientra in maniera diretta tra le contestazioni di questo blitz, nonostante venga più volte citato dagli indagati del clan Nardo. Anche in questo caso, secondo la ricostruzione contenuta nei documenti, si sarebbe proceduto alla messa a posto tramite un incontro con Pietro Puglisi, considerato uno degli esponenti di rilievo della famiglia mafiosa Santapaola-Ercolano, attivo nell’area etnea tra Belpasso, Paternò e Adrano. «Lì c’è il sistema come raccogliere i soldi – spiegava l’uomo a Rizzo indicando delle presunte fatture gonfiate – ci misero sopra il cemento, sopra il materiale. Quanto è?… Sono 10 euro il materiale, fallo a 20 euro. Hai capito?».
Le intercettazioni successive, tra ottobre 2023 e febbraio 2024, per i magistrati dimostrerebbero come la Gimac sia stata sottoposta a estorsione, ma anche all’imposizione della guardiania dei mezzi, attuata da Sebastiano Scrofani. L’uomo, anche lui intercettato, parla esplicitamente di come sarebbero andate le cose con la ditta di Maniace, che avrebbe avvicinato quella di Caserta, indicando i «carusi che hanno bisogno». Dall’altro lato ci sarebbe stata «l’immediata disponibilità a versare quanto richiesto», si legge nell’ordinanza. «“Quanto hai detto 100? Io gliene mando 200 ai carusi che hanno bisogno, e sempre le 10 euro che devo dare a te le do», sarebbe stata la risposta della vittima. Una estorsione, secondo i magistrati, portata a termine senza minacce e con la «piena consapevolezza, da parte della ditta vessata, – si legge nell’ordinanza – di trovarsi di fronte a soggetti appartenenti alla criminalità organizzata locale».