Il cucchiaio nelle orecchie/ Una rosa per Perriera

Ma Palermo non è una città tragica. Lo diceva lo scriveva Michele Perriera. Vive di quartieri mefitici ma anche di quartieri abitati da incerti profumi. Incerti è una parola chiave, durante la malattia, il sapore dei farmaci, l’acido del corpo decomposto, il dubbio si mischiano con la memoria di rose al borotalco che ci accompagna bambini e ancora difende il naso dai fischi della benzina. Gli incerti profumi della vita fanno di Palermo e della Sicilia una madre che non vuole liberare dalle sue cosce l’appena nato, il suo figlio ventiquattrenne che ritorna in ogni momento come fosse mai nato, mai partorito, mai voluto. “Perché mi hai messo al mondo mamma?” E’ la colpa di tutte le madri. Nessuna donna può veramente rispondere a questa domanda. I sogni stanno lì, impalpabili, irregistrabili all’anagrafe, stanno a fare i sogni. Gli errori, quelli registrati, scompaiono in bolle e piccinerie da contabili.

Nel boccascena plateale, che scioglie i confini tra teatro di parola e teatro d’avanguardia, tra attori e pubblico – “non posso più chiamarvi pubblico” i ruoli non esistono più – c’è l’ultimo atto di Perriera, “I nostri tempi”, messo in scena da Claudio Collovà in questi giorni al Teatro Bellini di Palermo su una pedana schermo, cartina geografica, volo di rondini, quasi una disperazione scenografica. Pure una corsa circense, il sogno di pensarsi morto a ogni giro, per il fiato corto, lanciando il testimone a chi può ancora vivere dopo la vita. I temi dell’addio e della malattia non hanno epilogo: è questa la bellezza sconfinata della morte. Collovà con una regia essenziale, cucita sui testi di Perriera, sfiorando i testi di Perriera, con quinte ospedaliere che grazie alle luci evocano il dio alluminio, prosegue un viaggio che non ha un punto di inizio ma nemmeno punti finali. Nessuno crede più alla morte ai nostri tempi. “I nostri tempi” l’ha messo in scena Claudio Collovà, l’ha chiamato progetto e questo va bene per la straordinaria squadra di attori che sembrano ingegneri: Sergio Basile, Luigi Mezzanotte, Salvatore Cantalupo, Serena Barone, Aurora Falcone e Domenico Bravo. Staranno in scena sino al 6 aprile al? Teatro Bellini Palermo.

 


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Ma palermo non è una città tragica. Lo diceva lo scriveva michele perriera. Vive di quartieri mefitici ma anche di quartieri abitati da incerti profumi. Incerti è una parola chiave, durante la malattia, il sapore dei farmaci, l’acido del corpo decomposto, il dubbio si mischiano con la memoria di rose al borotalco che ci accompagna bambini e ancora difende il naso dai fischi della benzina. Gli incerti profumi della vita fanno di palermo e della sicilia una madre che non vuole liberare dalle sue cosce l’appena nato, il suo figlio ventiquattrenne che ritorna in ogni momento come fosse mai nato, mai partorito, mai voluto. “perché mi hai messo al mondo mamma?” e’ la colpa di tutte le madri. Nessuna donna può veramente rispondere a questa domanda. I sogni stanno lì, impalpabili, irregistrabili all’anagrafe, stanno a fare i sogni. Gli errori, quelli registrati, scompaiono in bolle e piccinerie da contabili.

Ma palermo non è una città tragica. Lo diceva lo scriveva michele perriera. Vive di quartieri mefitici ma anche di quartieri abitati da incerti profumi. Incerti è una parola chiave, durante la malattia, il sapore dei farmaci, l’acido del corpo decomposto, il dubbio si mischiano con la memoria di rose al borotalco che ci accompagna bambini e ancora difende il naso dai fischi della benzina. Gli incerti profumi della vita fanno di palermo e della sicilia una madre che non vuole liberare dalle sue cosce l’appena nato, il suo figlio ventiquattrenne che ritorna in ogni momento come fosse mai nato, mai partorito, mai voluto. “perché mi hai messo al mondo mamma?” e’ la colpa di tutte le madri. Nessuna donna può veramente rispondere a questa domanda. I sogni stanno lì, impalpabili, irregistrabili all’anagrafe, stanno a fare i sogni. Gli errori, quelli registrati, scompaiono in bolle e piccinerie da contabili.

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